Le isole dei pini

Le isole dei pini

Gilbert Silvester si sveglia di soprassalto e capisce, tanto improvvisamente quanto irreversibilmente, che ciò che ha appena sognato è l’unica possibile verità. Osserva bene sua moglie ancora addormentata e tutto – la sua posa, i suoi capelli – sembra dare conferma a quella che ormai è una convinzione: Mathilda lo sta tradendo, non ci sono dubbi. Nonostante questa scoperta lo inquieti, Gilbert si alza, segue la sua routine quotidiana e va al lavoro; ma quando torna dall’ufficio non può esimersi dall’interrogare senza pietà la moglie, che nega ogni cosa. Ma Gilbert sa che il suo inconscio ha ragione – lo ha sognato! Che Mathilda lo ammetta! – e gli dà adito, spazio, lo segue. Così, nonostante la moglie lo guardi perplessa e continui a dichiararsi innocente, Gilbert si prepara un piccolo borsone, afferra i documenti che gli possono essere utili e prenota il primo volo intercontinentale disponibile, giusto per mettere un po’ di distanza fra lui e la moglie (che non lo ha ancora richiamato né l’ha seguito disperata, quindi è ovvio che lo tradisca, come uno più uno fa due, da che mondo è mondo!). In direzione Tokyo, Gilbert ripensa alla sua vita, tutto sommato regolare, forse noiosa, alla sua posizione da docente impegnato nello studio delle rappresentazioni della barba nel cinema. Probabilmente ha sbagliato qualcosa, anche se non gli è chiaro ancora cosa. Avrà modo di pensarci. Intanto, appena sceso dall’aereo, Gilbert decide di comprare subito le opere di Bashō, i suoi diari di viaggio, per lasciarsi ispirare e seguire il destino...

Il romanzo breve della Poschmann è davvero una perla. Coniugando ironia, spirito d’osservazione e cultura, l’autrice tedesca offre molti spunti di riflessioni ponendo sul piatto della bilancia cultura orientale e occidentale e, in generale, due punti di vista, quello del protagonista e quello del suo accompagnatore giapponese, Yosa. Gilbert, nella sua quasi evanescenza, nella sua goffaggine anche, nel suo non avere particolari sovrastrutture ma, al contrario, lasciandosi attraversare da quanto lo circonda, sembra davvero offrirci il punto di vista migliore per accedere senza pregiudizi alla realtà orientale, rappresentata da questo giovane ragazzo che cerca il suo posto nel mondo... non per vivere appieno, ma per suicidarsi. Il romanzo è disseminato da haiku e dai tentativi dei due viaggiatori di comporne almeno uno di significativo. Naturalmente, effetto collaterale della lettura, vi ritroverete davanti ad un tramonto o ad un albero qualsiasi del vostro giardino o del giardino del vicino chiudendo gli occhi per trovare l’ispirazione e cercando di stilarne uno (impresa per nulla facile, vi sono diverse regole da rispettare, imparerete libro leggendo). È una lettura per chi ha voglia di immergersi in un contesto differente e di cogliere la necessità del viaggio (dentro di sé, soprattutto) per comprendere e accettarsi, come farà il nostro amabile protagonista, accompagnato dal giovane suicida Yosa e dagli haiku di Bashō, in direzione Isole dei Pini (altro effetto collaterale: vi verrà una voglia pazzesca di prendere un aereo per andare a vedere almeno un paio dei posti citati). Scrittrice che merita, merita eccome. Non per nulla il romanzo è entrato nella shortlist del Man Booker International Prize nel 2019 (premo vinto poi da Jokha al-Harthi con Celestial Bodies).



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