Le lezioni proibite

Le lezioni proibite
Suraya è nata in Afghanistan, ma la sua vita, grazie al trasferimento in America insieme al marito, è stata molto diversa rispetto a quella delle donne rimaste in patria. In realtà non ci ha mai pensato: si è staccata completamente dal suo paese natale, confezionando un immagine quasi mitologica, fatta di sapori e profumi, ma terribilmente lontana dalla miseria, dalla devastazione e dall’arretratezza adesso dominanti. Quando ci torna le immagini, le situazioni e gli episodi che si susseguono davanti ai suoi occhi la sconvolgono, distruggono quell’aura immaginaria che la lontananza e la quotidianità in uno dei paesi occidentali più sviluppati e agiati ha costruito. Adesso è costretta a confrontarsi con un mondo che le sembra sconosciuto. I sovietici si sono ritirati lasciando una scia di devastazione morale e materiale. Di fronte a questa tragedia, Suraya non può far altro che agire, prendendo una figura nascosta dietro un burqa, dalle mani invecchiate e dalla voce addolorata, come emblema della condizione devastante delle donne del suo paese, le sue coetanee, ancora con gli anni di vita migliori davanti. Cosa serve? Cultura e istruzione. Bisogna consentire alle donne di istruirsi, ma una legge, ancora una volta arretrata e maschilista, impedisce al genere femminile di sfruttare le sue potenzialità, di giocare dei ruoli attivi nella società, che solo l’istruzione consente di intraprendere. Suraya prende una decisione: bisogna aprire una scuola segreta, paradossalmente illegale. Solo questo può salvare le donne del suo paese. Solo questo può salvarla…
Le lezioni proibite di Suraya Sadeed si apre con una citazione di Nelson Mandela: “Ho imparato che il coraggio non è l’essenza di paura, ma il trionfo su di essa. L’uomo coraggioso non è colui che non prova paura, ma colui che vince la paura”. In queste parole si racchiude il senso di una storia di speranza e coraggio, una storia non troppo lontana dalla realtà. Ancora una volta la protagonista è una donna in un paese arretrato come l’Afghanistan: Suraya. Rappresenta tante altre donne, ne diventa il simbolo e la speranza. Attraverso i suoi occhi e le sue parole, attraverso le sue esperienze nel paese in cui è nata ma che adesso le sembra sconosciuto, deriva un ritratto, ahi noi, molto veritiero, di uno dei paesi in cui la cultura e lo sviluppo sono ben lontani dall’essere realtà. Le parole della protagonista sono sempre rigonfie di delusione e tristezza, ma lasciano sempre un velo di speranza e ottimismo. Una piccola grande storia, un barlume di speranza per tutte coloro che non credono nella possibilità di cambiare le cose, per chi si sente una goccia insignificante in mezzo al mare detto mondo. Un romanzo che, dietro un’apparente rassegnazione, nasconde (neanche così tanto) una fiammella che, debolmente, arde ancora. Quella della speranza del cambiamento.

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