Salta al contenuto principale

Le mani piccole

Le mani piccole

“Suo padre morì sul colpo, sua madre all’ospedale”. Inizia così la seconda, drammatica esistenza di Marina, sette anni appena e un dolore troppo grande, spropositato da affrontare. Dopo l’incidente d’auto che le ha brutalmente portato via i genitori, Marina trova una nuova casa: dal nido di cure ed affetti domestici all’orfanotrofio dove altre bimbe come lei, senza più radici né carezze, inventano una parvenza di normalità. Sono bimbe tranquille vestite in uno stesso, semplice modo, che tutti i giorni, fino all’arrivo della nuova compagna, consumano insieme i pasti frugali, ingannando il tempo con i giochi in cortile. Marina, però, la novità venuta da fuori, che più di tutte ricorda cosa voglia dire avere una famiglia, che racconta di viaggi e regali, rompe con un filo di voce il fragile equilibrio interno all’orfanotrofio: destabilizzando con il suo essere diversa, facendosi amare ed odiare, suscitando rispetto ed invidia. Improvvisamente, tutto ciò che aveva reso felici le bambine inizia a perdere significato: non basta più essere serene con poco, occorre trovare un nuovo espediente. E Marina inventa un gioco, diverso eppure simile ogni notte: trasformare una di loro in una bambola alla mercé delle altre, capace di ascoltare tutti i più oscuri segreti…

Nei ringraziamenti in calce a Le mani piccole Andrés Barba, giovane scrittore spagnolo – uno dei più importanti della sua generazione, vincitore di numerosi premi prestigiosi - autore di cinque romanzi, diversi racconti, poeta, saggista e traduttore, afferma di voler ringraziare chi gli ha fatto conoscere ed amare Rilke, e una sua opera in particolare: un punto di riferimento alto, un maestro indiscusso con il quale, volente o nolente, confrontarsi. Piccole mani, però, nonostante l’implicito omaggio, si aggira nella nebbia dell’indefinito, senza poter essere caratterizzato in alcun senso: né prosa né poesia, ma un incessante, monocromo fluire di parole e pensieri. Si dovrebbe essere scossi, quanto meno inquietati, dall’assurda vicenda di Marina: dal trauma vissuto, dalla tristezza per la sua condizione di orfana, alla nuova quotidianità condivisa con sconosciute che, fin da subito, non la riconoscono e non l’accettano, tutto, in questo racconto, potrebbe trasudare un pericoloso senso di straniamento. Invece, nell’alternarsi delle voci, ci si ritrova impigliati in un freddo esercizio di stile di cui si stenta a penetrare il cuore pulsante: si rimane, quindi, quasi indifferenti davanti ad una lingua piuttosto piatta ed allo stesso tempo arzigogolata, che dalla penna dell’autore scivola sul capo delle protagoniste, e da una storia gonfia di stile ma non di sentimento. O forse la violenza senza senso, che traduce in qualche modo la rabbia in cerca di vittime, ha bisogno di essere assimilata lentamente dal lettore per farsi storia narrata. Paragonato dalla critica a Il signore delle mosche di William Golding, tradotto in ben quindici paesi, Le mani piccole è stato scelto dal “Guardian” come libro dell’anno.