Le Marlboro di Sarajevo

Izet ha sempre avuto una parola ed una chiacchiera per tutto e per tutti, ha sempre un motivo anche futile per dire la sua e per prendere in giro la vita, ma quello non è proprio il momento di scherzare: non tanto per il calcio di fucile che gli è arrivato dritto fra i denti, quanto per quelle domande asfissianti sulle armi, su quei fucili che gli dicono che lui stesso ha nascosto. Accusato rabbiosamente dal suo vicino che fino al giorno prima scherzava con lui e divideva bicchieri di grappa, Izet è avvolto da uno stato di confusione e non può che restare muto, senza parole, dando però l’impressione ai suoi aguzzini di essere un capo, un duro, incapace di tradire e capace invece di mantenere un terribile e cruciale segreto. Nasce così la figura del Condor. Intanto, mentre infuria la guerra, Dino declina verbi latini e cerca un po’ di normalità, all’ombra del suo patrigno Zoka, ma continua a sognare la sua terra nelle lettere che di nascosto scrive al nonno rimasto a Zenica. Sta bene nella sua nuova casa, ha anche la televisione satellitare e può vedere i suoi amati cartoni animati, e va perfino a messa: ma sente di essere estraneo, di essere uno straniero, di non avere nulla in comune con chi lo ospita e quasi non sente nemmeno il bisogno di integrarsi e stare bene nella nuova vita. In questo sfacelo c’è anche Salih, che ha visto trucidare davanti ai suoi occhi, senza nessuna remora, la moglie e la figlia con una motosega: i medici lo guardano male e si preoccupano per lui, ne fanno un caso da psicanalisi perché una glaciale indifferenza sembra essersi appropriata delle sue azioni. In realtà Salih ha scelto l’unica strada che può permettergli di sopravvivere, quella della insensibilità: continuare a perpetrare la routine per non rimanere schiacciato dalla tragedia…

Iniziata durante la guerra dei Balcani e pubblicato nel 1994, quando le ferite dell’orrendo scontro fratricida sono ancora aperte e sanguinanti, la raccolta di racconti di Miljenko Jergović ci consegna un quadro ancora fresco delle mille sensazioni e delle mille situazioni che hanno restituito quella terra ad una normalità che non potrà mai essere più tale. E più che un quadro è un polittico, un diorama di personaggi che popolano una narrazione corale: nessuno intreccia la sua vita con quella degli altri, tutti però partecipano allo stesso romanzo. Jergović fa sua quella tradizione bosniaca di non seppellire mai un morto a valle, ma sempre su un pendio: da lì infatti si possono incrociare all’orizzonte tracce delle storie sconosciute di un popolo che però, quando sono raccontate, ricostruiscono il senso intero di quel popolo. Basta la fortuna editoriale del testo – già tre edizioni italiane in 25 anni, una subito nel 1996 per la casa editrice Quodlibet e quindi una per Vanni Scheiwiller nel 2005 – per capire quanto sia umanamente e storicamente prezioso questo diario di guerra. Non a caso Paolo Rumiz, profondo conoscitore del mondo balcanico, ha trovato in Jergović un novello Ivo Andrić, scrittore triste e narratore della tragica epopea da cui prende forma la Bosnia Erzegovina. E in Jergović c’è l’amara tristezza di chi deve raccontare la fine di quel mondo polifonico, senza arrendersi però alla rassegnazione dei vinti dalla vita. Il libro si apre con un bel saggio di Claudio Magris, che fornisce di Jergović la definizione di “scrittore epico”, e si chiude con una postfazione di Ljiliana Avirović, che ha curato la traduzione del testo.

 


 

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