Le memorie di Jack lo Squartatore

Le memorie di Jack lo Squartatore
Ha superato la quarantina, ha una moglie e cinque figli e si considera un uomo piuttosto noioso, senza grandi slanci d’immaginazione. Dopo aver ricalcato le orme del padre alienista, una contesa familiare finita male in tribunale lo ha obbligato a lasciare i manicomi privati di cui aveva ereditato la direzione. Si è comunque rifatto una clientela e una reputazione professionale, mantenendo inalterata la sua facciata di rispettabile borghese vittoriano. Dietro la maschera, però, ci sono cose terrificanti. Perché questo signore irreprensibile è assurto agli onori della cronaca nera sporcandosi le mani con i crimini più efferati. Come ha potuto un medico stimato trasformarsi nel mostro che tra l’estate e l’autunno del 1888 ha fatto inorridire l’Inghilterra massacrando prostitute nel malfamato quartiere di Whitechapel? Non c’erano stati particolari segni premonitori finché una sera, nel suo studio, si era ritrovato in mano per caso il coltello che aveva confiscato a un paziente alcolista. Lo aveva percorso un’istantanea sensazione di gioia e in quel momento aveva capito. Si era vestito ed era uscito nella notte. Quando una peripatetica malmessa lo aveva abbordato, si era fatto guidare docile come un bambino in un vicolo buio e puzzolente, e mentre lei stava per inginocchiarsi davanti ai suoi calzoni l’aveva colpita. Quella era stata la prima, ma non l’unica vittima di Jack lo Squartatore, un nome a cui nessuno è mai riuscito a dare un volto... 
Su chi fosse Jack the Ripper sono state fatte molte ipotesi, spesso basate sulla chirurgica perizia con cui sventrava le malcapitate che uccideva asportando i loro organi come souvenir. Si è ventilata persino l’idea di un complotto reale per eliminare ogni traccia del matrimonio del nipote della regina Vittoria con una ragazza di strada cattolica (tesi che ha ispirato il film dei fratelli Hughes “La vera storia di Jack lo Squartatore” e, ancor prima, “Assassinio su commissione” di Bob Clark). Alan John Scarfe, attore teatrale e cinematografico, utilizza lo pseudonimo di Clanash Farjeon per firmare il suo primo romanzo dedicato al serial killer più celebre di tutti i tempi, quello che più di ogni altro ha lasciato il segno nell’immaginario collettivo anche perché, al contrario di un Norman Bates o di un Hannibal Lecter, purtroppo è esistito davvero. Scarfe gli attribuisce l’identità del dottor Lyttleton Stewart Forbes Winslow, uno psichiatra che all’epoca dei delitti offrì la sua consulenza a Scotland Yard. Gli cede la parola perché racconti i fatti in prima persona e così ci introduce “dall’interno” nel labirinto inquietante della sua mente. Non c’è una ragione che spieghi perché tutto è cominciato. La dualità fra Jekyll e Hyde sonnecchiante in ognuno di noi è una spiegazione troppo semplicistica e Winslow/Jack, che ha compiuto le sue gesta due anni dopo la pubblicazione del libro di Stevenson, la reputa inadeguata. No, per trovare la verità bisogna scavare molto più a fondo. E nel fondo della sua coscienza c’è il sangue che chiama, che esige di essere sparso. “Il sangue è terapeutico... non è soltanto curativo... è l’estasi”. Tanta violenza è stata necessaria perché a provocarla era una primordiale, disperata ricerca di Dio, in cui l’atto di dare la morte serviva ad avvicinarsi all’atto insondabile della creazione. Non il classico movente sessuale, quindi, ma piuttosto una questione mistica. Come un pietoso macellaio Jack infergeva il colpo fatale nel modo più rapido e indolore possibile per poi dedicarsi a quella che per lui era pura arte e rito sacrificale: lo sbudellamento. La lucidità e il verboso compiacimento con cui Scarfe fa ricostruire al dottor Winslow questa autobiografia/confessione sono tanto credibili da dare i brividi. Altrettanto veritiera è la descrizione dello scenario in cui avvenne la strage, quella fogna a cielo aperto di miseria morale e materiale che erano i sobborghi dell’East End londinese nella seconda metà dell’Ottocento. Un posto dove una donna costretta per fame a battere il marciapiede valeva poco o niente. Da qui, una triste considerazione sociale: se le sue vittime non fossero state soltanto puttane la cui vita contava meno dei pochi penny per cui si vendevano, forse Jack lo Squartatore non sarebbe gloriosamente entrato nella leggenda in un alone di sulfureo mistero e di lui sarebbero rimasti solo repulsione e orrore.

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