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Le notti di Reykjavík

Le notti di Reykjavik

Reykjavík, 1973. Un gruppetto di ragazzini delle case popolari di Hvassaleiti ama giocare nella vicina torbiera abbandonata, che dopo lo sfruttamento intensivo degli anni della guerra si è trasformata in una distesa di laghetti da attraversare su piccole zattere in estate e da pattinarci in inverno, quando l’acqua è ghiacciata. I ragazzini hanno costruito una barchetta con gli scarti di legname presi in un cantiere lì vicino e avanzano sulle acque poco profonde spingendosi con bastoni che piantano nel fondale fangoso. D’un tratto si arenano su un qualche oggetto adagiato sul fondo: è in realtà il cadavere di un annegato, gonfio e pallido. Tornano a riva strillando, montano sulle biciclette e corrono a casa dai genitori. Nella prima auto della polizia che arriva sul posto c’è il giovane Erlendur Sveinsson, una recluta che arriva dalla profonda provincia islandese, un tipo anonimo che ha smesso di studiare a sedici anni, figlio di gente povera, malinconico e taciturno ma pieno di entusiasmo per il suo mestiere. Un anno dopo, l’indagine non ha fatto nessun passo in avanti. Sembrano essere tutti convinti che l’uomo – un barbone chiamato Hannibal – sia caduto in acqua, ubriaco, e sia annegato. Sul corpo non c’erano segni di violenza. Nessun testimone oculare, nessun sospetto, nessun indizio. Il caso poi, diciamocelo, è considerato senza importanza: “tutt’al più, ora in città c’è un barbone in meno”. Ma Erlendur si sente in qualche modo legato a quel “semplice” barbone: prima della disgrazia lo ha visto tante volte in città, lo ha incrociato alla stazione di polizia quando passava una notte in cella per ubriachezza, lo ha soccorso una volta che rischiava di morire assiderato su una panchina. Così, il giovane poliziotto inizia ad indagare per suo conto sulla morte di Hannibal…

Prendere il protagonista di una saga che va avanti da molti anni, una figura ben delineata e ormai familiare per i lettori e tornare indietro nel tempo fino ai suoi esordi, alle sue “origini”, ripartendo da zero con avventure ambientate nel passato di quelle che hanno reso famoso il personaggio. Gli appassionati di fumetti di supereroi conoscono alla perfezione l’espediente narrativo in questione da quando Frank Miller terremotò il comicdom statunitense con il suo Batman: Year One nel 1987. Di esempi nella letteratura ce ne sono senz’altro meno, e credo di poter dire che non ce n’era nessuno nel giallo scandinavo: fino ad oggi. Sì, perché Arnaldur Indriðason ha deciso di raccontarci lo Year One di Erlendur Sveinsson, che quindi non è più un cupo detective di mezza età amareggiato dalla vita e dai fallimenti familiari, bensì uno sbarbatello campagnolo e tradizionalista che nella Reykjavík degli anni ’70 inizia timidamente la sua carriera da poliziotto. Frustrato dal noioso tran tran del lavoro di pattuglia alla Stradale, dalle strade notturne vuote luccicanti di pioggia, dagli ubriachi, dagli incidenti stradali, dalle risse senza importanza, dai furtarelli, dai mariti alcolizzati che picchiano le mogli, si butta a capofitto in una indagine tutta sua, che parte da una piccola storia di ordinaria miseria per diventare qualcos’altro, qualcosa di più sinistro. Ma non troppo, non abbastanza: se infatti da una parte la narrazione acquista indubbia freschezza rispetto ai romanzi dell’Erlendur “adulto”, dall’altra si perde il mood plumbeo e pessimista che rende i migliori romanzi di Indriðason dei capolavori del noir.