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Le omissioni

Le omissioni

Messico, 1962. Carlos Monge McKey decide di farla finita con la sua esistenza e si fa saltare in aria con un candelotto di dinamite nella cava in cui lavora. Non sembrerà un suicidio, perché in effetti non lo è: quel giorno a saltare in aria è un cadavere recuperato chissà dove, e Carlos Monge McKey deciderà di farla finita solo con quell’esistenza, e la plastica facciale cui si sottopone non gli impedirà qualche anno dopo di ripresentarsi alla sua famiglia e di essere riconosciuto dal figlio Carlos Monge Sanchez. Questo figlio si ritrova così con due padri: quello che ha finto di morire, e Polo, lo zio governatore del Sinaloa che ha accolto la sua famiglia dopo “l’incidente”. Carlos figlio potrebbe sentire il senso di colpa, potrebbe sentirsi responsabile per la fuga del padre, costretto da una vita asfissiante a inscenare la propria morte, e invece sente che forse un giorno anche lui sarà come suo padre, anche lui abbandonerà la sua famiglia. Ed è proprio quello che farà quando sceglierà di non salire sull’aereo per tornare a casa dai suoi figli che lo aspettano in aeroporto fino a notte fonda. Emiliano Monge allora, figlio del secondo Carlos Monge, si troverà nella stessa posizione del padre, a chiedersi se anche lui con quel cognome porta su di sé gli stessi segni determinanti che lo faranno sparire, che gli faranno vivere un’esistenza non sua...

Paternità, famiglia, menzogna, destino, alterità, la storia che non coincide con gli eventi, la mappa che non è il territorio. Questi sono alcuni dei temi che Emiliano Monge inserisce con gusto ed equilibrio in Le omissioni, un romanzo che è una saga familiare ma anche un discorso su cosa sia il racconto e, in senso più ampio, la letteratura. Monge è già stato notato dalla critica internazionale e il suo nome compare nella lista “Bogotà 39”, una selezione dei 39 scrittori latinoamericani più promettenti e non ancora quarantenni. Le omissioni è un romanzo ambizioso per uno scrittore che, già dalle prime pagine dimostra una grande maturità espressiva, una consapevolezza stilistica che gli permette di cambiare voce tra una sezione e l’altra del libro: Carlos Monge McKey, il Monge che finge di saltare in aria, si racconta attraverso i suoi taccuini dai quali emerge il suo lato umano in opposizione alla figura di padre fuggiasco; il figlio Carlos Monge Sanchez parla con un tu, rispondendo alle domande del figlio Emiliano, che vengono però nascoste al lettore; e poi c’è Emiliano Monge, raccontato soprattutto in terza persona in un tempo che è il presente, in cui si incastrano però lunghissime subordinate proiettate sul futuro del personaggio, sulle menzogne che caratterizzeranno anche la sua vita. Tre individui che vivono vite diverse, ma che soffrono per lo stesso destino, un destino che emerge da un racconto sfaccettato ma mai dispersivo, che sa essere sperimentale ma non astruso.