Le regole della cura

Le regole della cura

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento vennero poste le basi della moderna chirurgia oncologica. Molte delle pazienti affette da tumore della mammella e sottoposte ad interventi in cui veniva completamente asportata la massa tumorale, a distanza di tempo sviluppavano egualmente metastasi. A Baltimora il chirurgo William Halsted ipotizzò che la causa della diffusione della malattia dopo l’intervento fosse dovuta ad una chirurgia “unclean”, “sporca”: forse nel corso delle operazioni ai medici sfuggivano microscopici frammenti di tessuto tumorale che successivamente provocavano la disseminazione della malattia. Così descrisse e attuò una procedura che chiamò “mastectomia radicale”, con l’intento di “eliminare la pianta maligna della neoplasia con tutte le sue radici, comprese le più minute”: l’intervento prevedeva di asportare non solo la mammella, ma anche ampie porzioni dei tessuti circostanti, tra cui i muscoli pettorali e i linfonodi dell’ascella, fedele ad una regola coerente con le conoscenze dell’epoca: “asportare di più” significava “guarire di più”. Eppure anche molte delle donne operate con la procedura di Halsted continuavano a sviluppare metastasi. Quello che Halsted non poteva sapere è che al momento dell’intervento molti tumori della mammella hanno già rilasciato cellule con il potenziale di diventare metastasi, e che la loro disseminazione non avviene in modo “geometrico”, bensì imprevedibile. L’intervento di Halsted è rimasto lo standard per la terapia chirurgica del tumore della mammella fino agli anni ’80 del secolo passato, ed è stato abbandonato con fatica solo dopo che molteplici studi hanno dimostrato che l’elevato costo pagato dalle donne ad un approccio così invalidante non portava alcun beneficio rispetto ad un intervento meno invasivo e seguito da radioterapia. La “mastectomia radicale” era figlia di una cultura medica necessariamente parziale. Ma in medicina c’è qualcosa che possa definirsi “non parziale”? o la parzialità è una condizione implicita di ogni teoria, di ogni approccio medico? Qualcosa di così radicato da poter costituire una vera e propria “legge” della cura? E quali altre leggi governano la medicina? cosa rende possibile conciliare quel che sappiamo dell’estrema complessità del nostro organismo, dei fini meccanismi che regolano il funzionamento di organi ed apparati, del diverso modo in cui le malattie si manifestano, con la individualità e le peculiarità di ciascun paziente, la cui comprensione è parte di quella “intelligenza clinica” che è parte del bagaglio di ogni buon medico?

“...Nonostante la crescente precisione degli esami, delle ricerche e dei dispositivi, i medici di oggi devono fare i conti con le probabilità iniziali, le anomalie e la parzialità con ancora più impegno e saggezza di quelli che erano richiesti ai medici del passato. Non è un paradosso. [...] In Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carroll, la Regina Rossa spiega alla meravigliata Alice che la regina deve continuare a correre per stare nello stesso posto, perché il mondo intero è in movimento. Nonostante la grande raffinatezza delle attuali tecnologie mediche, l’incertezza è rimasta endemica perché i progetti che la medicina stessa ha varato sono di gran lunga più difficili e complicati”. In un momento storico come quello attuale, in cui tecnologia e ricerca hanno posto nelle mani dei clinici strumenti eccezionali che rendono possibili diagnosi accurate e cure mirate, può essere difficoltoso comprendere gli insuccessi, i veri e propri fallimenti terapeutici, o semplicemente le variabilità di risposta di ciascun individuo affetto da una patologia ai trattamenti. Siddharta Mukherjee, oncologo, ricercatore, assistente di medicina alla Columbia University con all’attivo pubblicazioni in riviste di settore del calibro di “Nature”, “Cell” e “New England Journal of Medicine”, divulgatore e saggista, già vincitore del premio Pulitzer per la categoria “non fiction” nel 2011 con L’imperatore del male. Una biografia del cancro, ne Le regole della cura: la medicina è un racconto (in originale The Laws of Medicine. Field Notes from an Uncertain Science) sceglie di esplorare in modo originale il percorso della medicina, da forma di sapere dogmatico a disciplina scientifica, e, come tale, sottoposta al principio di “falsificabilità”, enunciato da Karl Popper, filosofo della scienza, nel 1934, secondo cui è possibile definire “scientifico” quel che può essere falsificato, ovvero, smentito da prove successive. Come tutte le discipline scientifiche, anche la medicina può contare su leggi peculiari, leggi che, sebbene non scritte, fanno parte del bagaglio di esperienze acquisite e conoscenze alla base della pratica di ciascun clinico. Leggi che coniugano i grandi numeri dei risultati degli studi condotti su campioni numerosi e i casi isolati, che proprio per il fatto di non rientrare nelle medie possono fornire spunti originali per nuove ricerche, nuove visioni di processi fisiopatologici, aprire nuovi orizzonti di cura. Il testo, al confine tra il memoir ed il saggio, si presta ad una lettura rapida e piacevole da parte di chi lavora nell’ambito dei percorsi assistenziali, che vi ritroverà interessanti spunti di riflessione sulle pratiche quotidiane con cui è chiamato a confrontarsi, e potrà aiutare chi è al di fuori dalla cerchia del mondo sanitario a comprendere come le “leggi della medicina” in realtà siano “leggi del dubbio, dell’approssimazione e dell’incompletezza. E non valgono solo per la medicina, ma per tutti i campi in cui dubbio, approssimazione e incompletezza hanno un ruolo importante. Sono le leggi dell’imperfezione.”



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