Le ricette della signora Tokue

Le ricette della signora Tokue

Il piccolo negozietto di Sentaro è in una di quelle strade che mettono in luce la crisi della zona per via dei tanti negozi con le saracinesche abbassate. La cosa bella di Via dei Ciliegi, però, è la presenza di quegli alberi la cui fioritura ha reso celebre il marzo giapponese in tutte le guide turistiche. I passanti si fermano in quella piccola bottega per una merenda veloce: Sentaro, infatti, vende solo dorayaki, i classici dolcetti che appaiono nei cartoni animati, ripieni di marmellata di fagioli azuki. Gli affari non sono certo quelli di una pasticceria del centro, ma l’ambizione del proprietario è tale da accontentarsi dei pochi guadagni giornalieri. Un giorno alla finestrella da cui serve i clienti, si avvicina una anziana signora, curiosa per il cartello in cui si indicava la ricerca di un aiuto. Yoshii Tokue ha settantasei anni e le dita artritiche, e sembra interessata a lavorare, sette giorni su sette, considerando anche la paga irrisoria che le viene promessa. Sentaro è titubante, ma per educazione accetta di metterla alla prova. I dischetti di pan di Spagna che producono quelle mani così rovinate dal tempo sono incredibilmente deliziosi e, persino, il suo anko (ovvero la marmellata di fagioli rossi, ndR) non passano inosservati. I clienti spargono la voce e tutti vogliono provare le delizie di quella dolce nonnetta, che sembra apparire la mattina e stoicamente rimanere a lavorare fino a tardi. Di lei Sentaro non sa nulla, se non che sia capace di cucinare i dorayaki più buoni di Tokyo...

Tutti coloro che amano il Giappone, soprattutto quello più contemplativo, quello delle lente cerimonie del tè o dell’hanami primaverile, troveranno nel romanzo di Sukegawa pane per i loro denti bibliofili. Le atmosfere del libro sono spesso rarefatte, lente, meditative, esattamente come quelle ricostruite nel film omonimo del 2015 della regista Naomi Kawase, che rende molto bene la storia e i suoi personaggi. I due protagonisti imparano a conoscersi cercando di fare continuamente slalom tra le loro differenze di età, di educazione, evitando parole o gesti che potrebbero inevitabilmente offendere l’altro. Si crea, quindi, un gioco di “non-detto” o di “meglio-non-dire”, da cui, purtroppo, esce vinto il lettore che per avere un colpo di scena, e non per forza sorprendente, deve attendere gli ultimi capitoli, in cui si delinea la storia vera dell’anziana Tokue e il suo passato non convenzionale. Al centro di tutte le vicende, nella loro fragranza e piacevolezza, ci sono i famosi dorayaki, tanto cari ad un altro protagonista della cultura giapponese che ne andava matto; un personaggio dalle mille capacità, che anche gli italiani conoscono bene, soprattutto quelli che hanno vissuto la loro infanzia a cavallo degli anni Ottanta davanti alle televisioni commerciali: Doraemon. Non si può non pensare a lui, infatti, quando si parla della rotondità perfetta dei due dischetti dolci che lo compongono o della giusta consistenza dell’anko.



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