Le tre notti dell’abbondanza

Le tre notti dell’abbondanza

Il paese di Fosco è arroccato su una falesia a picco sul mare. Il cartello di benvenuto posizionato sulla “curva delle guardie”, dove stazionano i militari, è crivellato di colpi. Fosco ha una scala che non porta al mare, il mare è maledetto perché così zi’ Totonnu ha comandato – “Se Totonnu diceva notte, notte era”. Irene Rusco, nipote di Totonnu, ha quindici anni, “ciglia folte da confondere i pensieri” e lavora nella pizzeria del padre Rosario. Irene ha “la testa annuvolata” e un vizio, così lo chiama la madre Nuzza: ha sempre la matita in mano, disegna e trasforma la realtà sui suoi quaderni arancioni, “lo spazio della tenerezza e della fantasia”. Lo sguardo severo della madre non risparmia Irene, che ha già il petto sfrontato di una maritata e la pericolosa tendenza a non stare ccìtta – chiede, ad esempio, perché continuino ad acquistare per la pizzeria la birra marca Lido, che i clienti non gradiscono perché troppo leggera; eppure ogni giovedì arrivano nuove casse, trasportate da un furgoncino targato ZH. Irene è la figlia maggiore di Rosario e Nuzza. Dopo di lei sono nate Lorenza e Gianna – tutte fìmmine, aveva constatato il padre Rosario con dispiacere. Quando finalmente era nato Sebastiano, u prìncipi della casa, Rosario aveva pianto di felicità. Masculu è anche l’unico figlio di zi’ Totonnu, Angiolino, venuto al mondo dopo il lutto di un bambino mai nato. Ma non è l’erede che Totonnu si sarebbe aspettato: si rivela infatti un bambino, gracile, bizzarro, nu ciùcciu a scuola – “è volenteroso, si farà” balbetta la maestra alle insistenze di Totonnu tenendo gli occhi bassi –, con un’adorazione per il pastello rosa che aveva in breve decretato il sequestro dei pastelli rosa dagli astucci di tutta la scuola. “‘Ngiulinu è nu ricchiuni”, aveva detto una volta un suo compagno di classe. Da quel giorno a scuola non si era più visto e il padre, verduraio, era stato investito da un furgoncino targato ZH...

Pubblicato per la prima volta nel 2016, Le tre notti dell’abbondanza è il terzo romanzo della brianzola Paola Cereda, due volte finalista al Premio Calvino e selezionata al Premio Strega 2019 per Quella metà di noi. Siamo in Calabria e nel paesino immaginario di Fosco tutto è come è sempre stato e come deve essere, perché così è stato deciso. Perché loro hanno deciso così. A Fosco il sangue chiama sangue e la vendetta è un dovere tramandato di madre in figlio. A Fosco non ci si chiede “come è morto”, ma “chi l’ha ucciso”. A Fosco “si veniva al mondo con una propria origine e un proprio destino, e non c’era da aver voglia di cambiare”. “Ho scritto questo romanzo”, scrive l’autrice, “dopo aver seguito con molto interesse il lavoro delle donne sindaco della Calabria. Mi sono ispirata alla loro determinazione e al coraggio di voler rompere con il presente”. Non a caso ne Le tre notti dell’abbondanza sarà una donna a disegnare la speranza di un cambiamento possibile: Irene, erba mala, che tratteggia sui suoi quaderni arancioni “visioni che sono pensieri utili” e trasfigurano tutto ciò che la circonda. Una prima forma di fantastica evasione e di reazione ad una realtà avvelenata dalla prepotenza di gnuri e cotrari, dall’intimidazione, dal peso di un cognome ingombrante, da chi detta legge e obbedienza e dispone delle esistenze altrui perché così è sempre stato. Delicata e scorrevole la prosa, inframezzata dal dialetto e da immagini intensamente poetiche, complessi e ben tratteggiati i molti personaggi, suggestive le tradizioni portate in scena, dal pellegrinaggio della Madonna delicata a quelle “tre notti dell’abbondanza” – così vengono chiamate le giornate che seguono l’uccisione del maiale, con la famiglia chiamata a raccolta a festeggiare – che costituiranno lo spartiacque della storia. Paola Cereda costruisce una delicata e amara storia di dolore, amore e resistenza. Irene, Lorenza, Rocco, Angiolino sono il desiderio di opporsi, il sogno di un futuro diverso e libero, il coraggio di renderlo finalmente possibile.



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