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L'era del Moroz

L'era del Moroz
“Gianluca Morozzi?”, “Sì, sono io”. Comincia così, quasi riecheggiando la vecchia pubblicità di Chanel – Lulù? Oui c'est moi - la prima biografia autorizzata e ufficiale dello scrittore underground più famoso della Bassa. Ad accoglierlo in stazione per raccontarne le gesta Carmine Brancaccio, giovane autore di pedigree partenopeo, fan e cultore del fenomeno Morozzi, già da prima che gli venisse commissionato un saggio su di lui. C'è una delle infinite presentazioni che lo scrittore bolognese tiene nelle numerose tournée in giro per lo stivale ad attenderlo, ed è quella l'occasione per Brancaccio di iniziare a “spiare” e raccontare Morozzi nell'espletamento delle sue funzioni quotidiane - compreso il suo andirivieni dal bagno prima di affrontare il suo pubblico letterario. Ma forse, per comprendere meglio il fenomeno Morozzi, è bene partire dal principio. A quando Gianluca era ancora contornato di riccioli biondi sulla testa (i fans più sfegatati non potranno non apprezzare la copertina del libro, con un mini-Morozzi paffuto e ricciuto come forse nemmeno più lui ha memoria), e con indosso la maglia rossoblu del Bologna, prendeva per la prima volta tra le mani L'Uomo ragno, il fumetto disegnato da Ross Andru, edizioni Corno. Perché è proprio la sua infanzia accompagnata dai giornaletti dei supereroi che alimenterà poi per sempre la sua futura fantasia di romanziere. Ma anche episodi tardoadolescenziali sarebbero diventati successivamente dei must letterari, attraverso le gesta dei suoi più affezionati e storici protagonisti. Così come il racconto della sua iniziazione sessuale, nata tra impacci e improbabili accostamenti – il preliminare dell'accoppiamento passato a vedere la telenovela brasiliana "Purissima" o il ricordo di quell'esperienza associato al primo gol in rossoblu di Lajos Detari, non a caso nome che ritroveremo poi affibbiato a uno dei suoi personaggi più riusciti – e terminata con tanto di classicissimo isolamento di coppia, abbandono del giro dei compagni di merende e taglio di capelli con conseguente addio a chiodo di pelle e magliettine metallare. Ma Brancaccio non tralascia ovviamente altri elementi-cardine della formazione letteraria del Moroz, come la musica e il suo mito Springsteen o le prime timide e fallimentari esercitazioni letterarie, capaci però di tracciare il limite da cui dover poi con ostinazione ripartire. E poi, ancora, altri aneddoti divertenti e numerosi dialoghi veri o presunti tra biografo e scrittore, e persino una pseudosfida a scacchi tra il Morozzi nazionale e un suo fan d'eccezione, David Lynch...
Insomma tanta carne al fuoco  messa a disposizione dei morozzini (si chiameranno così i sorcini di Morozzi?) da Carmine Brancaccio nel suo L'era del Moroz, edito da Zikkurat nel 2008 poco prima che uscisse l'ultima fatica letteraria dello scrittore, Colui che gli dei vogliono distruggere. Ma d'altronde stare dietro alla produzione bulimica di Gianluca è come tentare di raccontare una partita di calcio avendo a disposizione il solo primo tempo. Fa un buon lavoro dunque Brancaccio, riuscendo - con un'operazione in partenza molto rischiosa - di raccontarci Morozzi come se fosse lo stesso Morozzi a farlo. Non c'è scimmiottamento dello stile però, ma leggerezza e ironia condite da buon ritmo e verve. Ne esce un prodotto ricco di interessanti spunti – compreso due racconti inediti di Morozzi, e uno furbescamente infiltrato, dello stesso Brancaccio - da spolpare velocemente. Un volume adatto non solo a chi di Morozzi è già fan, ma sopratutto a chi, dopo aver avuto tra le mani Blackout, Despero o L'era del porco alla fine non è mai riuscito a sentirne la necessaria Chiamata per comprarlo. Un dubbio però anche al termine di questa biografia aleggia sul lettore. Come mai la grande editoria italiana continua a essere così miope nei confronti di uno degli scrittori italiani più acuti e dotati – non solo di talento ma anche oramai di notevole appeal e seguito commerciale - dell'intero panorama nazionale?