Lettere libertine

Lettere libertine
Digo, giovane omosessuale, “checca ed ebreo” (così si autodefinisce), collabora in modo saltuario con un modesto giornale in veste di critico letterario e sopravvive all’indigenza grazie al contributo economico dei propri genitori. Finita la sua grande storia d’amore con Leo, sbocciata all’età di diciannove anni nell’ambiente universitario, elimina ogni sorta di sentimentalismo e diviene un convinto assertore della libertà sessuale, convertendosi con dovizia professionale al libertinaggio. A tal proposito frequenta con accanimento morboso la letteratura erotica, dai grandi classici della tradizione francese del Settecento alla più variegata messe di opuscoli, riviste e libercoli reperiti frugando in ogni sorta di negozio o bancarella. Redige un diario in cui, alternando dotte citazioni ad estrapolazioni letterarie, scandisce le proprie avventure lascive ed imbastisce dialoghi senza esito con i propri compagni, proprio come le epistole che indirizza ad un ipotetico protettivo Marchese de Sade, assumendo le mitiche sembianze di un giovane androgino francese…  Digo è un libertino. Ma da questa certezza assoluta si dipartono due congetture. L’una vede in questa condizione di vita, improntata ad una costante ed ossessiva ricerca del diletto, un sostitutivo dell’etica; l’altra un suo complemento fondato sulla rivalutazione della categoria del piacere, svincolata da quella del vizio. Spetta dunque al lettore giudicare quale sia l’interpretazione più corretta. Valga solo l’avvertimento che ad entrambe le definizioni corrispondono due diversi correlati. Il primo sostiene che si tratta di un atteggiamento non volto al ribaltamento delle certezze ma fondato su di un volontario autocompiacimento; il secondo che il libertino gioca con il proprio atteggiamento nella più divertita consapevolezza. Riccardo Reim indossa la maschera eccentrica di chi ha rifiutato la follia omologante della letteratura contemporanea, cercando una nuova dimensione comunicativa nel solco di una vetusta tradizione letteraria capace ancora di lasciare dietro di sé una scia vitale. Né organico né apocalittico ci racconta - con un misto di fantasia lussureggiante e di sogghigno ironico – gli amari riflessi di un mondo disarticolato, frammentario, torbido e sempre sul punto di precipitare. Eppure la sua scrittura, tersa ed increspata da mille bagliori, dà un senso di riposo, di svago, di armoniosa e surreale divagazione. Lettere libertine è un curiosa mistura di più generi narrativi, dal memoir intimo al racconto epistolare, dalla riproduzione di dotte menzioni al pamphlet, particolarmente coinvolgenti il cui tratto fondamentale sta in una promessa di piacere, un’ipoteca di seduzione, una garanzia di godimento. Pur inseguendo le proprie simpatie letterarie, l’autore non divaga insinuandosi nelle pieghe della consapevolezza retorica e stilistica e non riproduce forme e tradizioni, ma insegue piuttosto fantasmi, si cala in fantasiosi meandri biografici ed assembla le vicende esistenziali del protagonista, costruendo poco alla volta una sorta di autobiografia. Le relazioni fugaci, il delirio incessante della compulsione sessuale, l’incomunicabilità, l’assenza di obblighi e costrizioni, che Digo coglie qua e là negli altrui profili, sono in realtà le tappe di una vita che legge se stessa tra le pagine di altri. Può darsi che questa preziosa opera - che la Hacca ristampa a venticinque anni di distanza dalla prima pubblicazione ad opera della pellicanolibri - risulti un po’ irrelata e a prima vista inadeguata ad agganciare il lettore. Ma se è vero che romanzo è tutto ciò che si legge con piacere, questo è un libro che si legge come un romanzo.

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