Liberi dal male

Liberi dal male

Il virus è invisibile: come un cecchino, non visto, è pronto a colpire inesorabile. Il suo unico imperativo, la sua ossessione biologica è di replicarsi quanto più possibile; l’uomo è dunque la vittima perfetta: sconvolgendo antichi equilibri, costringe le specie a violenti riassestamenti e crea uno spazio globale di contagio. Sentendosi padrone e signore della natura, si è ritrovato inerme e stupito nel ruolo dell’assediato. Di fronte a questo cieco stratega, siamo stati costretti ad abbandonare quella libertà di movimento, incontro e scambio che si era aperta in modo grandioso nella nostra contemporaneità; abbiamo a forza riscoperto l’inevitabile e letale corporeità della natura. Eppure, in questo grande vuoto, emerge e resiste una struttura fondamentale della nostra società e della nostra cittadinanza: il lavoro. Si è reso quantomai evidente che il lavoro non può essere considerato una semplice merce, un valore economico come gli altri: non risponde soltanto a richieste di mercato, ma anche e soprattutto a necessità sociali e bisogni, alle richieste della vita. Tuttavia, “il virus è imparziale, ma noi siamo disuguali”. Allora quel senso di solidarietà collettiva ed indifferenziata lascia scoperte le contraddizioni dell’Occidente: le diseguaglianze, le precarietà, le povertà. “La paura era dunque già armata” e lo spillover biologico, il salto di specie compiuto dal virus, si rinnova nel salto qualitativo dell’emergenza: da sanitaria a sociale, culturale, politica. Le strutture liberaldemocratiche, già in crisi, restano in affanno di fronte all’avanzata della risposta illiberale che, in varie forme, alza la voce nel mondo...

“L’intervallo pandemico è troppo lungo per essere davvero un intervallo: dunque è un cambiamento”, scrive Ezio Mauro in questo breve saggio steso all’indomani della prima ondata del contagio da COVID- 19: le questioni squadernate in un periodo, che ora appare così distante, restano ancora urgenti e irrisolte. Per questo può ancora essere utile ricapitolare gli eventi, ripensare all’accaduto, riappropriarsi dei profondi sommovimenti sociali ed umani che hanno attraversato la primavera; per quanto sia faticoso e quasi repellente rinnovare discorsi spesso abusati. La giusta scelta è di farlo in poche pagine e con una prosa suggestiva e stimolante. L’analisi rimane giornalistica, senza ambire ad essere spiegazione biologica, sociologica o filosofica: tuttavia, di queste discipline l’autore fa tesoro, riuscendo così a mantenere una prospettiva ampia sulla portata globale e storica della pandemia in corso. L’ex direttore de “La Repubblica” non offre pretenziose risposte e istruzioni, ma con intelligenza indica le vecchie e nuove fratture dello scheletro lavorativo, sociale e politico della democrazia liberale, terremotata da una pandemia la cui possibilità era stata finora esorcizzata e relegata nel regno dell’immaginazione e dell’incubo.



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER