Lingua straniera

Lingua straniera

Mathieu, sdraiato sul futon con la testa sotto il cuscino, fa finta di dormire e intanto guarda Francesca mentre, nuda, va in bagno. Dai rumori che sente provenire la immagina mentre si lava i denti, si fa la doccia, si asciuga i capelli, si spruzza il profumo. Prima di uscire per andare al lavoro, si siede sul bordo del letto accanto a lui e con la sua bella voce sussurra il suo nome, vuole fare pace. Ma lui è ostinato, mugugna come disturbato nel sonno. Lei sospira, irritata, e va via. Mentre aspetta in vestaglia che due aspirine si sciolgano nel bicchiere che ha in mano, Mathieu esce sul terrazzo assolato. Indifferente alla vista bellissima di tutta la città – “Notre-Dame, Big Ben, il Colosseo… un vero sogno panoramico…” – ha “l’aria scontenta di sé”. Rientra, evita il tavolo da lavoro disordinato e pieno di scartoffie, si fa un caffè, chiama Francesca che è in riunione e le lascia un messaggio in segreteria. Poi accende la radio. La voce di un giornalista sta chiaramente dando le ultime notizie, ma lui non riesce a capire una sola parola. Mathieu crede di essere finito su una stazione straniera e cambia frequenza. Trova una voce femminile ma anche in questo caso non riesce a capire in che lingua si esprima. Ci riprova, riconosce il gingle di una rete nazionale ma non capisce cosa dicano. “Ma che cos’è ‘sto casino? borbotta Mathieu”. Allora si veste, scende in strada e… “Sono qua – dice il paziente”. Dice anche che è come se fosse sempre stato lì, come un detenuto nella sua cella, conosce la stanza a memoria, come se soltanto quel tappeto, “quel quadro di merda, sul muro di fronte a me”, il vaso col tulipano – ma è sempre lo stesso da cinque anni?! -, soltanto queste cose appartenessero alla vita reale. I libri sulla scrivania in quella posizione, il dizionario etimologico, il catalogo di De Chirico, “non si è mosso niente… niente…che orrore…”. Per un po’ continua il suo soliloquio, sdraiato sul divano, gli occhi socchiusi. Poi dice “È finita”. Èduard, l’analista, ha qualche anno di più dell’uomo ma, a differenza sua, un certo fascino. Con voce pacata e studiata ripete con tono interrogativo “È finita?”. Lacrime grasse e silenziose sulle guance del paziente. “Per oggi basta così”, dice Èduard. Il paziente si alza con movimenti lenti, si mette il soprabito e, con la mano sulla maniglia, guardando l’analista negli occhi gli dice: “C’è un’ultima cosa. Andando via, spengo la luce. E lei rimane solo, al buio”. Rimasto solo Èduard compie i soliti gesti, come in un balletto codificato e immutabile. Poi guarda il quadro di cui parlava quell’uomo. “Carceri di Piranesi, come ha osservato il paziente. Architettura cupa, minacciosa. Nero intenso sull’acquaforte. Il suo sguardo sprofonda in quel nero, come calamitato dall’acqua cupa di uno stagno, di notte. Come se ci cadesse dentro, a capofitto”. A fine giornata Èduard lascia lo studio e torna a casa, in fondo alla strada che percorre si vedono il Colosseo a sinistra e Notre-Dame a destra, lui si gode il panorama. Quella sera lui e sua moglie sono a cena da amici, lungo il tragitto nella BMW elegante come loro le parla del paziente di quel giorno, di quanto non gli sia mai piaciuto, di come in tutti quei cinque anni di terapia abbia sempre pensato che non doveva accettare di prenderlo in analisi. “Lo vedo tre volte alla settimana e ogni volta mi dico che non vorrei svegliarmi la mattina nei suoi panni”. Quando, dopo la cena, tornano a prendere l’auto, Èduard rimane immobile a fissarla nel punto dove l’ha parcheggiata qualche ora prima. È allora che nota la prima cosa strana che lo inquieta…

“Costretti alla clandestinità, i libri prosperano. È già accaduto non poche volte – e adesso tentiamo di farlo succedere di nuovo. Così abbiamo deciso di farvi leggere, in formato digitale, alcuni dei testi che avremmo pubblicato in un futuro imprecisato. Più qualcosa d’altro che non era immediatamente in programma e qualcosa che non lo era affatto”. Nasce così Microgrammi, la collana digitale di Adelphi, per fronteggiare il disagio del lockdown 2020, evitare la paralisi totale e continuare a proporre nuovi titoli ai lettori. Ne fanno parte anche questi due racconti di Emmanuel Carrère – Lingua straniera e Transfert, il primo dei quali dà il titolo al dittico – che nascono su incarico ricevuto dall’autore da parte di produttori inglesi che gli avevano chiesto “una serie di storie inquietanti”. Come è noto, Carrère all’attività di scrittore ha sempre affiancato quelle di sceneggiatore e di regista; per esempio, ha scritto diverse puntate della serie televisiva di successo Les Revenants ed è stato premiato per la regia nella trasposizione cinematografica del suo I baffi. Non a caso i suoi esordi sono stati proprio nella critica cinematografica e, assolutamente non a caso, queste due brevi storie sono scritte quasi come fossero sceneggiature e riportano descrizioni di ambienti, suoni, gesti tra parentesi in corsivo, rivolte direttamente al lettore - spettatore. Per esempio, quando il protagonista del primo racconto non riesce a leggere il giornale scritto in una lingua divenuta per lui improvvisamente incomprensibile, aggiunge tra parentesi “(Bisognerebbe chiedere a un grafico di disegnare questi caratteri)”. Brevi eppure efficacissimi, solidi e perturbanti questi racconti fondono la passione dichiarata da Carrère per le storie di terrore e quella per il cinema; nella brevissima presentazione si ricorda la predilezione per il fantasy, H. P. Lovecraft e Philip Dick, e per uno dei massimi cineasti viventi, Werner Herzog, a cui è dedicato il saggio che è il primo libro da lui pubblicato nel 1982. Inseriti entrambi in uno straniante panorama cosmopolita che permette di far vagare lo sguardo sulla bellezza che comprende il Colosseo e Notre-Dame – che si può leggere come l’intento di definire universale la condizione dell’uomo solo in qualunque luogo -, i due racconti si configurano come potenti e dure metafore della solitudine, della incomunicabilità, della estraneità, dell’isolamento dell’individuo in mezzo alla gente, probabilmente – nello specifico – dell’intellettuale. L’incapacità del protagonista di comprendere a lingua che parlano tutti gli altri in Lingua straniera, sembra voler dire che la diversità è isolamento, che è impossibile, che non può esistere – o almeno che è una condanna a non comprendere e a non essere compresi. Al di fuori dell’omologazione è questa la condizione di chi non parla la lingua di tutti, pena l’esclusione totale, la malattia, lo stigma, la pazzia. La lingua incomprensibile come incapacità dell’intellettuale di capire ed essere capito: davvero un significato simbolico efficacissimo. “E che ne fanno dei pezzi difettosi” – si chiede il personaggio – “Li buttano nella spazzatura? Li aggiustano?”. E poi “È più probabile che sia un tizio a soffrire di glossolalia piuttosto che un’intera popolazione”. Non c’è conforto, nessuna consolazione, nessuna via d’uscita se non di comodo. “Mi guarirete? Dice sull’orlo delle lacrime. Dissolvenza. La città. Di notte”. Anche più inquietante l’atmosfera del secondo racconto, al centro della narrazione un transfert, il noto processo psicoanalitico, per una volta subìto e raccontato dall’analista – quello che tecnicamente si chiamerebbe in realtà controtransfert. Ma nella breve storia di Carrère il fenomeno si traduce in un’atmosfera allucinata nella quale realtà e percezione alterata si confondono. L’analista diventa così l’elemento debole nel rapporto, sgradevole, con il paziente che assume vaghe fattezze, oscure e minacciose. Qual è l’esito del conflitto che ne nasce? Forse la malattia, la follia? La totale perdita di identità, certamente. Al lettore, a disagio davanti al racconto della propria inquietudine, la possibile risposta. Se avete voglia di una mezz’ora in compagnia di atmosfere vagamente angoscianti ma capaci di suggerire interessanti riflessioni, non perdetevi questa brevissima lettura.



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