Little boy

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Il primissimo ricordo di Little Boy è una parata solenne, con una banda che suona La Marsigliese e lui che saluta il corteo con la manina, mentre qualcuno lo tiene in braccio. Little Boy vive vicino a Strasburgo con Zia Emilie e suo marito Ludwig Monsanto, zio di sua madre Clemence Albertine Mendes-Monsanto, nata da genitori sefarditi immigrati negli Stati Uniti dalle Isole Vergini, della cui famiglia facevano parte un tempo ricchi proprietari di piantagioni di zucchero. Il padre, Carlo Ferlinghetti, italiano emigrato da Brescia, era morto stroncato da un infarto poco prima della nascita di Little Boy. Clemence Albertine, non essendo in grado di occuparsi di un quinto figlio, aveva accettato la proposta di adozione avanzata da Zia Emilie, che si era poi portata il bambino in Francia. Dopo Strasburgo, Zia Emilie e Zio Ludwig decidono di ritornare negli Stati Uniti, nell’Upper West Side di New York. Ma Ludwig presto sparisce e un uomo del Dipartimento della Sanità trasferisce Little Boy in un orfanotrofio a Chappaqua. Dopo un anno, Zia Emilie, che intanto è diventata l’istitutrice francese della figlia diciottenne dei coniugi Bisland, può tornare a riprenderselo e lo porta con sé a Bronxville, presso la tenuta ricoperta d’edera dei suoi datori di lavoro. Ma Zia Emilie un giorno scompare senza dare spiegazioni e i coniugi Bisland decidono di adottare Little Boy, la cui vita cambierà definitivamente solo nel momento in cui l’ormai Grown Boy troverà “la sua voce” e libererà “quel tesoro di parole accumulato dentro di lui”…

Con Little Boy, Lawrence Ferlinghetti ha probabilmente scritto il paragrafo finale di una produzione iniziata nel 1955 con la raccolta di poesie Pictures of the Gone World. Il libro è stato pubblicato in inglese il 29 marzo 2019, giorno del suo centesimo compleanno (la traduzione in italiano è stata prodotta per Edizioni Clichy dalla sua fedele collaboratrice Giada Diano, sotto la supervisione dell’autore) e costituisce la summa della sua vita di scrittore e pensatore. Little Boy sembra partire come un classico memoir d’autore, ma proprio nell’attimo in cui Ferlinghetti racconta la scoperta della potenza del linguaggio, la narrazione cambia di tono, diventando un interminabile flusso di coscienza, senza pause e senza punteggiatura, che trascina con sé memorie di una vita, riflessioni letterarie, convinzioni politiche e meditazioni sull’essenza dell’essere uomini. Conscio che presto prenderà “la scala mobile verso il prossimo livello di esistenza o non-esistenza”, Ferlinghetti parla della Beat Generation e dei suoi esponenti (di cui fu non solo editore, ma anche amico), della critica al capitalismo a stelle e strisce, del sogno di una pace universale, del veloce sgretolarsi del mondo che conosciamo. Come in James Joyce e Virginia Woolf, trovare un appiglio sicuro in questo fiume di parole è un’impresa ardua, ma ciò che possiamo dire con certezza è che l’intento principale di Ferlinghetti in Little Boy è raccontare, attraverso una lingua estrosa e inventiva, “la sua visione giovanile di vivere sempre” e la storia di una coscienza che non è altro che “una candela tra due eterne oscurità”.



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