Lo Scurnuso

Napoli. Sebastiano è orfano e vive in un convento di suore. La madre badessa, in cambio di qualche pastore per il presepe, lo cede a Tommaso Iannaccone, un “figuraro” povero e malato di un’artrosi che lo deforma. Gli fa da padre finché può, gli insegna i primi rudimenti del mestiere, ma le ristrettezze in cui vive gli impediscono di tenerlo ancora con sé. Con grande struggimento, prima di morire, lo manda a lavorare presso una delle botteghe più prestigiose della città. Sebastiano è bravo, sembra esserci nato con l’abilità di modellare statuine, di fare il figuraro, ha l’occhio profondo capace di cogliere le posture più espressive, gli sguardi più intensi, le figure che crea sembrano vive. È durante quell’apprendistato che modella un pastore con le fattezze del padre che per primo lo aveva accolto. Lo modella storpio e pieno di uno sguardo di vergogna. Scurnuso, a disagio, ritroso, dimesso e sofferente. Una statuina che racchiude amore e dolore. Forse speranza, di certo compassione e ancora di più nostalgia. A distanza di moltissimi anni, lo scurnuso arriva tra le mani del duca di Albaneta. Lo compra da Corrado Petraruolo, un antiquario di Capodimonte, insieme a un lotto di venti pastori in buone condizioni. “Il pezzo più bello era un’accademia che raffigurava uno storpio seminudo, con le mani e i piedi fasciati. L’uomo aveva uno sguardo che pareva cambiare espressione a seconda di come Albaneta lo rigirava. Albaneta lo rigirava. Collera, rassegnazione, dolore e perfino dolcezza. La pelle sembrava inaridita, asciugata al sole, fiaccata dalla malattia”. Lo scurnuso è una figura bellissima, di manifattura pregiata e al momento opportuno fa la fortuna di Albaneta: il duca lo vende al Cardinale Francesco di Belmonte - uomo di dubbia vocazione (“Trovandomi, diceva agli amici più intimi allargando le braccia e stringendosi nelle spalle, mi sono fatto prete”) - per permettere alla sua famiglia di riparare in America e sfuggire alle calamità della seconda guerra mondiale. L’ultimo approdo dello scurnuso è tra le mani di Vicky, una ragazzina di quelle sballottate dopo che la famiglia è andata in frantumi. È un regalo di suo padre, un altro gesto d’amore avvolto in un panno rosso, come segno di benvenuto. O, meglio, di bentornata…

Lo Scurnuso è una storia che immalinconisce per lo stile evocativo della Cibrario, per l’ambientazione in una Napoli senza tempo brulicante di contraddizioni, storie e umanità; per i personaggi così crepuscolari e allo stesso tempo epidermici. Immalinconisce per quell’accademia così ben fatta, che ovunque approdi porta bellezza, creata da un figlio che ha potuto dichiarare al padre il suo amore solo impastandolo con la creta e ritraendolo proprio nel suo momento di maggiore vulnerabilità, il punto della miseria più bassa, quello in cui la morte si fa canaglia, ma in cui la dolcezza ripara ogni forma di corruzione e anche a quell’istante in cui la vita si spegne, dona la dignità che spetta ad ogni uomo, specialmente al più umile e sottomesso. L’amore, del resto, è il fulcro di questa storia; anche quando lo scurnuso passa in mani meno nobili e amorevoli la sua esistenza mette a riparo le vite da rovesci e sfortune, suggella relazioni che sono sempre tra padri e figli e la sua preziosità non sta nel valore pecuniario ma nell’essere, in un modo o nell’altro, strumento di salvezza. La scrittura della Cibrario è essenziale, preziosa, mai banale; accoglie le declinazioni della parlata comune, le assorbe nel dettato narrativo, le rende l’elemento essenziale per una fluidità di stile e una vividezza di immagini che restituiscono umore e calore avvolgenti e confortanti. Lo Scurnuso è una storia intensa e intrisa di nostalgia, folle di struggimento e dramma, di commozione e tristezza, ma nella sua tristezza c’è la goccia di bellezza che la trasforma in ciò che è veramente: una storia di speranza, di memoria, di riconoscenza e gratitudine.

 


 

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