Lo spazio tra le cose

Lo spazio tra le cose

Sono passati cinque anni da quando Paolo e Marta si sono trasferiti in questa casa ed è già tempo di cambiare. Non si può più rimandare, occorre una casa più grande, più stanze, più spazio, soprattutto da quando nella loro vita è arrivato Niccolò. Con Marta negli ultimi tempi sono in crisi, lei non c’è mai, sembra sempre arrabbiata, come se Paolo avesse deciso di fare da solo il trasloco, per puro capriccio, e non lo avessero invece deciso di comune accordo. È così che Paolo si ritrova a portare avanti un trasloco praticamente da solo, a mettere via tutti gli oggetti accumulati nel tempo, tutte le cianfrusaglie che, di casa in casa, li hanno seguiti – i dischi vintage di Paolo, i soprammobili colorati di Marta, i fumetti ingialliti. Solo, in mezzo a un caos che gli mette angoscia. Ma pian piano si sta abituando. Ci si abitua a tutto, è solo questione di tempo. Al disordine, alla perdita del lavoro. Al tempo che passa. Dopo una contrattazione animata hanno deciso di mandare Niccolò in campagna dalla nonna. Marta ha stabilito che il piccolo starà lì per tutta la durata del trasloco. Lei farà avanti e indietro, mentre Paolo resterà a casa. Gli scatoloni iniziano ad accumularsi. Via le tartarughine portafortuna di Marta e i bicchieri, riposti ordinatamente nella carta di giornale. Via la coppa vinta al torneo di scacchi della scuola elementare. Sul fondo di un cassetto Paolo ritrova un vecchio passaporto, i timbri di viaggi lontani, “che sembrano appartenere a un’altra vita”. Ecco una foto dei suoi genitori a Parigi, di fronte alla Torre Eiffel. C’è anche un piccolo album di fotografie verde, con una scritta: “my life 2016 -”. Paolo ricorda bene quel vecchio progetto mai concluso, aveva deciso di fotografare dettagli di città che gli avrebbero ricordato un evento, una sensazione. Quanti amici persi di vista, quanti sorrisi, quanti viaggi...

Per Paolo Sartori, protagonista de Lo spazio tra le cose, un imminente trasloco diventa occasione di “fare spazio e ordine”, nella casa e nella propria vita. Man mano che la piramide di cartoni cresce e i ricordi vengono accuratamente catalogati e messi da parte, la casa si spoglia e similmente Paolo è costretto a mettersi a nudo. Il vuoto lasciato dagli oggetti riposti fa risuonare il silenzio, espone crepe nascoste, costringe a riflettere su cosa rimane negli interstizi di una vita che, a un certo punto, senza far rumore, sembra essersi irrimediabilmente incrinata. Sono arrivati i silenzi, il panico, un presente incerto, l’incomunicabilità che corrode le sicurezze della coppia. Cosa dopo cosa, ricordo dopo ricordo, si ripresentano alla mente di Paolo le occasioni godute e perse, le attese, le minuscole azioni che hanno fatto la differenza e tutti gli “e se?”, mentre le note dei Nirvana, di Bowie, dei Verve, di Nick Drake risuonano in sottofondo da un vecchio giradischi. Frammenti di memoria, istantanee di una felicità passata che sembra ormai lontanissima. Ma come insegna il Kintsugi – l’arte giapponese di riparare vasi rotti coprendo le crepe con polvere d’oro –, chiamato in causa non a caso proprio all’inizio del libro, anche le crepe più profonde possono essere riparate e rinascere in qualcosa di splendente. Pulita e fresca la penna di Antonio Benforte, scrittore e giornalista campano, attualmente Social Media Manager del Parco Archeologico di Pompei e cofondatore dell’associazione culturale “Econote” – questo è il suo secondo romanzo dopo La ragazza della fontana (Scrittura & Scritture, 2017) –, quieta, tenera, spesso malinconica la narrazione, che pure talvolta risente di una certa lentezza strutturale e di qualche riflessione dal sapore più ordinario. Ma è un difetto, quest’ultimo, fisiologico e quasi inevitabile, diremmo, poiché la storia di Paolo è una storia assolutamente condivisibile e il suo piccolo epos interiore ha il candore, le debolezze, la sincerità di una confessione tutta umana.



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