Lo squalificato

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Yozo è un “proscritto sociale” da quando ha memoria: già da bambino, per combattere la timidezza e la paura degli altri, ha imparato a prendersi in giro (“Pensavo: ‘Fintanto che potrò farli ridere, non importa in che modo, tutto andrà liscio’”) e a fingersi ingenuo per sbaragliare qualsiasi accusa. Dall’esterno non è che un fallito e un beone, eppure in qualche modo la sua bellezza, unita a una meditata ruffianeria, ha sempre spinto gli altri a tollerarlo, commiserarlo e aiutarlo, e ciò vale soprattutto per le donne. In linea con la profezia del compagno di scuola Takeichi, a partire dall’adolescenza Yozo è stato infatti oggetto delle attenzioni di una sequela di spasimanti; lui, però, trova conforto soltanto nell’abbraccio delle prostitute (“forse perché sentivano in me come un’affinità alla loro specie”). Trasferitosi a Tokyo per frequentare l’università, si fa mantenere e incentra la sua esistenza sull’alcol (“Non mi ci volle molto tempo per capire che l’alcol, il tabacco e le prostitute erano tutti sistemi eccellenti per dissipare – sia pure durante pochi istanti – il mio terrore degli esseri umani”). Yozo è anaffettivo (“So d’essere simpatico al prossimo, ma si vede che mi difetta la capacità d’amarlo”), e vive ogni cosa con distacco: persino quando si avvicina al marxismo lo fa con piglio antropologico. Ma quando il bisogno di denaro si fa troppo opprimente, e dopo l’ennesima umiliazione, Yozo decide di farla finita insieme all’unica donna che ha mai amato, Tsuneko, reietta quanto lui (“Neppure un dissoluto del mio stampo può baciare una donna dall’aria così miserabile” aveva detto di lei un altro sciamannato, Horiko): i due si gettano in mare, ma lei muore e lui sopravvive. Yozo scampa all’accusa di complicità in suicidio e viene affidato a un amico di famiglia; il suo destino, però, è ormai segnato dall’alcol e dall’amoralità, e non basta cambiare vita per redimersi, quando lo sfacelo affonda le sue radici in un’infanzia già alienata…

Uno dei parametri per identificare un capolavoro è la presenza di un protagonista memorabile, e Lo squalificato rispetta questa coordinata (anche se è più debole dal punto di vista strutturale). Yuzo, sorta di “uomo ridicolo” dostoevskijano, è uno dei personaggi più involuti, disperati e commoventi della storia della letteratura. Discendente di un altro ignavo cervellotico e disadattato, il Furuia del primo romanzo giapponese moderno, Mediocrità (1907) di Futabatei Shimei, Yozo è persino pericoloso, nella sua autarchia, tanto da provocare la morte di una donna amata. Il suo infantilismo è pari alle acrobazie psicologiche attuate per legittimarlo: Yozo è vittima e carnefice di se stesso, un uomo che fin da bambino ha indossato una maschera e che sotto quella maschera, da adulto, è rimasto un’informe impasto di pregiudizi, paranoie e miseria. Eppure la sua spudorata e artificiosa sincerità spiazza il lettore, che difficilmente condannerà un uomo già squalificato in partenza. A enfatizzare questo perverso meccanismo della compassione si insinua il dato biografico: le sventure raccontate da Dazai sono rielaborazioni di un vissuto reale. Di natura cagionevole, afflitto da problemi respiratori, Dazai tentò il suicidio prima dei vent’anni, poi all’incombere del primo matrimonio, e ancora cinque anni dopo, coinvolgendo la moglie. Nonostante il successo dei suoi romanzi, Dazai sprofondò presto nell’alcol e nella morfina, finché non abbandonò moglie e figli per seguire la donna insieme alla quale, una settimana prima del suo trentanovesimo compleanno, riuscì a togliersi la vita. Si dice che Lo squalificato sia stato, fino a un paio di decenni fa, tra i romanzi giapponesi più venduti di sempre, eppure da noi non è mai stato abbastanza noto. Dal 2009, però, esiste una manga omonimo che ha fatto conoscere Dazai alle nuove generazioni, e adesso SE ha riproposto il suo capolavoro con una versione elegantemente svecchiata di quella stessa traduzione (dall’americano) realizzata da Marcella Bonsanti nel 1962 e tutt’ora in uso presso Feltrinelli. Potrebbe essere la volta buona che Dazai conquisti un pubblico più ampio. Lo squalificato, con il suo incipit sconfortante (che ricorda quello di Stoner e ricorre all’espediente del manoscritto ritrovato), non è un libro per tutti, ma è uno di quegli incontri che un vero lettore deve fare nel suo cammino. Altrettanto meritevole, per quanto diverso per impianto e temi, è il precedente Il sole si spegne (1947), sofisticato spaccato sulla perdita dei valori tradizionali nel Giappone dell’immediato dopoguerra.



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