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Lo stesso fiume

Lo stesso fiume

Il proprietario de “La Gatta” è azzimato e curato come un oste degno di miglior ambiente, sempre impeccabile nella sua divisa bianca, nonostante nella sua bettola serva grappa da settanta centesimi a ubriaconi che non hanno idea se sia fatta con il muschio o le zucchine. Di tanto in tanto, però, individua uno o due uomini tra i suoi beoni abituali e lo omaggia con un bicchiere di un liquido ambrato che si favoleggia sia bourbon o, forse, Cento Zampogne, l’acquavite di fuoco che solo i migliori sanno distillare. Oggi, l’onore è toccato a David, appena licenziato dall’Autostrada e venuto ad ingrossare le fila dei disperati che affluiscono a Pirek come detriti portati dalla Struma: zingari che vivono alle spalle della discarica, mutilati delle miniere come Vasil, con la sua gamba più corta, arrivato insieme a sua moglie Slavka e alle figlie Ljuba, Sara e Pirina per occupare la casa di giunchi intrecciati lasciatagli dalla madre. Vasil, però, non è come gli altri uomini, Vasil beve acqua per risparmiare e investe i suoi pochi lev in libri di favole che racconta alle sue bambine. Proprio quei libri, a sentire Slavka, hanno fatto rincretinire due delle sue tre figlie; la scuola e i libri hanno ridotto Ljuba in un’ebete che vaga con Notre-Dame de Paris e altri tomoni sotto il braccio senza parlare mai con nessuno. Quando la scuola non è più stata abbastanza (anche perché Slavka ha bastonato e fatto fuggire la timida insegnante), Ljuba si è trasferita in biblioteca e lì, sull’unica sedia, ha metodicamente letto tutti i libri presenti, fino a consumarne anche la polvere. Pirina, a differenza di Ljuba, è una bambina irrequieta, sempre in cerca di alture e alberi su cui arrampicarsi, dotata di una voce gracchiante che mal si concilia con la sua passione per il canto, un corpo che nulla ha da invidiare a quello della bellissima Sara, scatena passioni più quiete ma non meno disastrose. Pirina, che ha cantato per anni ai suoi amici draghi, che la proteggevano dal mondo, ma da quando sua madre l’ha fatta smettere di cantare l’hanno lasciata sola, e lei implora il giovane Koca di ascoltare le sue nenie senza parole e senza melodia, ma per proteggersi dagli uomini non le rimane che un unico amico: un sasso appuntito con un angolo un po’ annerito dal sangue delle teste che ha spaccato. Il suo sasso, però, nulla potrà contro Jakov, il padrone della vita di tutti in paese, colui che può spostare esseri umani come secchi di catrame, e che ha deciso che la vuole con sé. Jakov ha comprato la casa dei suoi genitori e quasi tutte le altre in paese, è proprietario del Venezia, il motel a ore dove i camionisti spendono la paga di una settimana per qualche ora con sua sorella Sara, una Venere che lavora in cucina e la cui bellezza ossessiona gli uomini di Staro Selo sin da quando era poco più che una bambina. Sara è l’orgoglio di Slavka, il suo capolavoro semianalfabeta, la bambina bellissima che i libri e le storie del padre non hanno intaccato. Sara è la perfezione per la quale un uomo arriva a costruire una chiesa dedicandole un culto…

È un aspro universo quello in cui ci immerge con Lo stesso fiume Zdravka Evtimova, autrice balcanica che ci ha raccontato le proprie vicissitudini di donna e di scrittrice nel corso di un’intervista fiume che ce l’ha rivelata come il perfetto contrappunto ai suoi personaggi. Ogni suo libro è un universo-gineceo nel quale gli uomini sono satelliti orbitanti attorno a donne-pianeta di una complessità estrema ed affascinante. Sono donne come Slavka, che è il vero nucleo pulsante di questa storia, donne le cui anime dalle pieghe imperscrutabili ai più, si svelano solo nelle ultime pagine di questo capolavoro che ha vinto il Premio Libro dell’anno in Bulgaria. Uno stile, quello della Evtimova, per il quale viene voglia di usare l’espressione “realismo magico dell’Est”, pur nella consapevolezza di stare sfidando i canoni letterari. Le strade di fango polveroso, la luna immensa sui cortili, la casetta di bottiglie di vetro e plastica che Ljuba costruisce ai margini della discarica per insegnare ai bambini Rom, le lastre di cemento per il tetto di Vasil, l’albero di mele cotogne, il testardo arroccarsi di Vasil nel mondo delle parole preservando la sua anima dagli schizzi della realtà, tutto concorre a conferire ad un’umanità che non ha nient’altro da vendere che il proprio corpo, un’aura traslucida, un alone di poesia che svela angoli delle loro anime ancora non invasi dalla gramigna della miseria. Tutti i personaggi hanno inaspettate venature poetiche: la vecchia farmacista Koena i cui ricci ingrigiscono un po’ ogni volta che un uomo le propone di pagarla dietro il fienile, alle donne Rom che propongono la stessa cosa a suo figlio Koca, all’oste, che insiste a farsi chiamare Ano, al gigante Kiro, il cui lavoro di spaccateste e tirapiedi per Jakov, non ha interamente ucciso la sua anima di bambinone. Tutto ha una sua peculiare poetica bellezza, a partire dal titolo del libro preso a prestito da una metafora di Eraclito, non sono solo i personaggi principali ad essere delineati con un tocco sapiente da artista, ma, ogni singola figura, a partire dalla bambina rom che indossa una gonna strettissima ricavata da una gamba dei pantaloni di suo padre, a David con il suo amore per Ljuba e disposto a cedere la nuova camicia immacolata donatagli da Ano per una bustina dei suoi panini dorati, alla maestra impaurita da Slavka che finisce per tornare. Tutti insieme riescono a vedere la bellezza, a portarla in superficie liberandola da prigioni di stucco marroncino e coltivandola nel fango, così come in pollai riconvertiti in ricoveri per migliaia di libri sottratti all’oblio.