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Lo stregone del lago verde

Lo stregone del lago verde

Sulla cima di uno dei monti più impervi del Tibet sorge un piccolo monastero lamaico, arroccato “come un nido d’aquila”. Raggiungerlo è faticoso, ma è proprio verso quel luogo che il crudele fratello maggiore lo trascina, ansioso di scaricarlo ai monaci. Poiché ha solo dieci anni non può opporsi, suo padre è morto e lui è troppo debole per resistere alle botte e alle minacce. Di fronte al lama superiore, una volta compiute le preghiere a Buddha e offerti doni, il destino si compie. Il fratello maggiore riparte verso casa per godersi da solo l’eredità e lui, rinominato Galdan, deve accettare la nuova vita monastica, pur senza vocazione. Ha un rifugio, la fame e le bastonate dei monaci si alternano ai lavori e allo studio e il tempo, rapido, passa. Passano gli anni e Galdan cresce forte e svelto, arriva il giorno in cui gli viene concesso di lasciare il monastero per scendere a valle a raccogliere legna. È inebriante la libertà, l’odore della resina sugli alberi, osservare gli animali che corrono tra i cespugli, mangiare bacche raccolte qua e là. Deve riuscire a farsi mandare fuori ancora e ancora. Come? Portando doni al monaco che gli dà le incombenze: funghi, mirtilli, fragole, ogni volta un dono più goloso, fino a promettere persino il miele, se gli concede non poche ore ma una intera giornata per raggiungere l’alveare. Ottenuto il permesso, inizia il lungo cammino. Superata la valle scopre luoghi a lui sconosciuti e mentre si attarda distratto dalla bellezza della natura ecco giungere alle sue orecchie il belato di una capra. La trova legata presso una grotta, ma non è sola, dall’antro emerge uno strano uomo. Si presenta: è Badma, il famoso stregone del lago Verde. Galdan sa bene chi è, ne è intimorito, scopre che il miele gli appartiene, ma non può trattenersi e lo supplica. Se gli concede di prenderne un poco per il monaco anziano, potrà uscire ancora per passeggiare nei boschi, altrimenti quella splendida piccola libertà gli verrà negata...

Galdan è un ragazzo senza prospettive, in balia di decisioni che altri, più autorevoli, prendono per lui. Non ha mezzi per opporsi, nemmeno volontà. Conoscere Badma gli offre quella svolta nella vita che altri gli hanno negato. Galdan è un debole, le sue passioni lo condizionano e lo spingono a sbagliare, ha costante bisogno di essere guidato e senza una figura di polso è destinato a perdersi. Il protagonista di questa breve storia dalle atmosfere delicate e dal linguaggio elegante, pervaso di spiritualità, è l’emblema delle seconde occasioni, occasioni bruciate. La simpatia nei confronti di questo giovane monaco viene messa a dura prova, certo per un lettore moderno non è semplice calarsi nei suoi panni e capirne le motivazioni. Marianne Pelliot ha ricostruito in poche pagine gli elementi essenziali della vita ritirata e difficile dei monaci buddisti. Anche nelle lamasserie le differenze di classe avevano il loro peso e per chi si presentava a prendere i voti senza possedere beni da portare in dono, la vita si riduceva a quella di un servo costretto a lavori faticosi e severe punizioni corporali. Meditazione e preghiera non bastavano a tenere a freno fame e dolore. Moglie dell’esploratore e linguista francese Paul Pelliot (si sposano nel 1918, quando lui è già famoso e ha ottenuto la Legione d’Onore), Marianne entra con passione nel mondo del marito, resta affascinata dalla cultura e dai costumi dell’Asia e dedica alle sue leggende e tradizioni i propri scritti. Grazie a questa piccola ed elegante pubblicazione dell’editore ObarraO, ora è possibile apprezzarla anche in Italia.