Lo studente che sfidò il Papa

Pomponio de Algerio nasce a Nola nel 1531. Di famiglia benestante, sfrutta il proprio patrimonio per trasferirsi a Padova e studiare – la città appartenente alla Repubblica di Venezia possiede allora l’Università più prestigiosa d’Europa. Di fede protestante, lo studente nolano frequenta persone che la Chiesa Romana considera eretiche e con loro discute di religione. Il 29 maggio 1555 viene arrestato per eresia e incarcerato presso le “prigioni delle debite”. Sei giorni prima, il 23 maggio, l’inquisitore Gian Pietro Carafa è stato eletto come pontefice con il nome di Paolo IV. Il ventiquattrenne viene interrogato da Girolamo Girello, dimostrandosi fermo nelle sue idee, etichettando il Papa e tutto il sistema ecclesiastico romano come “anticristo”. Mentre è in carcere, trova tempo e modo di indirizzare due lettere ai compagni di fede (la prima è del 21 luglio 1555 e verrà pubblicata per la prima volta nel 1563 in Svizzera). Viene interrogato inoltre dal Consiglio dei Dieci, sul quale il Papa esercita numerose pressioni affinché estradino lo studente nella Città Eterna. Il massimo tribunale veneziano si infine trova costretto a cedere: è il 14 marzo 1556 e i motivi della concessione sono più diplomatici (tra Venezia e Roma non corre allora buon sangue) che relativi alla fede. Pomponio viene così tradotto a Roma, incarcerato e torturato. Viene arso vivo il 19 agosto 1556 in Piazza Navona: si rifiuterà sempre di abiurare, dando prova, letteralmente fino all’ultimo respiro, della fermezza e della convinzione delle sue idee…

Creata nel 1542 per lottare contro la Riforma protestante che andava dilagando in Europa e nel Nord Italia, l’Inquisizione Romana ha condotto numerose campagne di repressione contro protestanti, scienziati, ebrei, maghi e streghe. Tra i casi più famosi si annoverano di certo il rogo di Giordano Bruno e i processi a Galileo e Campanella. In secondo piano c’è poi la vicenda di Pomponio de Algerio, studente presso l’Università di Padova, sul quale la Chiesa – leggi: papa Paolo IV – si è accanita in maniera particolare. Il motivo lo spiega Umberto Vincenti in questo scritto, Lo studente che sfidò il Papa, in cui racconta per filo e per segno l’ultimo anno di vita di questo coraggioso personaggio, che ha preferito morire piuttosto che rinnegare le sue idee, la cui perseveranza gli era valsa già allora non poche righe di ammirazione. C’è voluto dunque l’intervento di Vincenti, ordinario di Etica pubblica e di Istituzioni di diritto romano presso l’Università di Padova, perché la storia di Pomponio de Algerio avesse una qualche visibilità. Come scrive infatti l’autore, sono circa vent’anni che sta dietro a questo personaggio, che ha onorato doppiamente, sia con questo saggio sia riuscendo a far affiggere, il 28 febbraio 2008, una targa nell’atrio del Cortile Nuovo, per ricordarne il sacrificio in onore della libertà religiosa. Eppure, ciò che nell’intera vicenda ha più affascinato Vincenti non è tanto questo tipo di libertà, ma quella che emerge dalle lettere ai compagni di fede, che traspare mentre si legge Lo studente che sfidò il Papa. “Una libertà più elevata della libertà di coscienza, di pensiero, di opinione ecc., una libertà che nessuno ci potrebbe mai strappare: è la libertà dalle tentazioni di ogni tipo”. Tentazioni alle quali Pomponio de Algerio ha saputo resistere, a differenza di tanti altri eretici o liberi pensatori ben più celebri e celebrati.

 


 

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