Lost in translation

Lost in translation

Mångata è un sostantivo preso in prestito dallo svedese ed indica ‘la scia luminosa della luna che si riflette sull’acqua’: una parola per esprimere la bellezza disarmante di quel riflesso tremolante. Gezellig è invece un aggettivo dall’olandese, a significare ‘molto più che accogliente e piacevole: descrive il senso di intimità, calda e rigenerante, non necessariamente fisica, che si prova stando con persone care’. Meraki è un verbo, frutto della cultura greca della ragione guidata dalla passione e in greco significa: ‘fare qualcosa con tutto te stesso: con passione, creatività e amore’. Pisan zapra significa in malese ‘il tempo necessario per mangiare una banana’. Una parola che forse non utilizzereste mai, ma se voleste tradurla in italiano vi servirebbero tante parole senza ottenere la stessa brevità e forza espressiva. Con Komorebi dal giapponese si torna alla poesia per indicare: ‘la luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi’. Gurfa arriva dall’arabo ed è ‘l’acqua che puoi tenere in una mano’. Ákihi dall’hawaiano indica: ‘chi ascolta le indicazioni e quando si allontana prontamente si dimentica’…

Ákihi è la mia parola guida, anche se mi concentro mentre chiedo informazioni ai passanti, annuisco, ringrazio, saluto e rimuovo: è non riuscire a rinunciare al piacere profondo della relazione con l’altro e neppure alla necessità di perdersi o avventurarsi. Spesso le parole, soprattutto quando sono intraducibili in maniera diretta, stanno lì per darci informazioni sulle culture da cui provengono: ai russi la capacità in una parola di nominare la sensazione del disinnamorarsi; ai tedeschi quella di indicare la pancetta che viene per la fame nervosa; agli scozzesi un termine per il pizzicore che si avverte sulle labbra prima di bere whiskey; ai brasiliani una per indicare lo scorrere le dita tra i capelli di un amante e così via. Sono una cinquantina le parole che compongono Lost in translation di Ella Frances Sanders nella sua edizione italiana a cura di Marcos y Marcos. Solo una parola, ‘commovente’, dall’italiano, è andata perduta nella traduzione di questo delicato e prezioso libro, nella nostra lingua. “È interessante che tu usi la parola ‘delicato’, perché ripensandoci, durante la sua creazione c'è stata sicuramente una sensazione di fragilità”, ci spiega la Sanders nell’intervista rilasciata a Mangialibri. “Una fragilità in termini di gestione di queste parole e dei loro significati, la responsabilità di trasformarle in illustrazioni piuttosto semplici e la fragilità nel cercare di rispondere per la prima volta alle esigenze di un editore”. Il rapporto tra testo ed immagine è fortissimo in questo libro, parola/illustrazione poggiano su due piani legati da una forte armonia. I due piani sono affiancati nella cadenza regolare della doppia pagina che ospita a sinistra la lingua da cui quella parola proviene, la sua categoria grammaticale e un breve testo che spiega e introduce la parola. A destra la parola, la sua traduzione e le illustrazioni che ne rendono il senso su tavola bianca. Bestseller del “New York Times”, Lost in translation è un omaggio poetico a tutte le sfumature di significato che necessariamente smarriamo nel processo di traduzione da una lingua all’altra. Tutto ha avuto origine da questo post originariamente pubblicato sul blog di Maptia (l’autrice al tempo nel 2013 stava lavorando per questa casa editrice come Illustrator-in-Residence in Marocco) e ripreso oggi sul sito della Sanders. In questa versione embrionale possiamo vedere illustrato anche il termine italiano ‘Culaccino’, inteso come segno che lascia un recipiente bagnato sul luogo dov’è stato posato, questa parola è scomparsa nella versione stampata, probabilmente per via dello scarso uso che oggi se ne fa, anche nella sua lingua madre.



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