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L'uomo che cade

L'uomo che cade
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11 settembre 2001, New York. Keith Neudecker, impiegato di una società con sede in una delle Twin Towers, riesce a fuggire dal grattacielo prima del crollo: coperto di schegge di vetro, calcinacci e sangue, con in mano una valigetta arraffata nei convulsi attimi successivi all’impatto del primo aereo, prende un taxi e senza riflettere si fa portare a casa di sua moglie Lianne, la casa che ha abbandonato da circa un anno e dove vive anche suo figlio, un ragazzino taciturno di nome Justin. Lianne, che lavora come editor free-lance e conduce un gruppo di ascolto per malati di Alzheimer, ri-accoglie il marito che tanto dolore le aveva dato e cerca di ricominciare una vita insieme malgrado il parere fortemente contrario di sua madre Nina, un’ex insegnante che passa il tempo a fumare nervosamente sigarette e ad aspettare le visite del suo amante Martin, un mercante d’arte più giovane di lei che vive per la gran parte dell’anno in Europa. Del resto Nina - vedova da tanti anni dopo che il padre di Lianne si è sparato una fucilata in testa per sfuggire all’umiliazione e alla sofferenza di una malattia neurodegenerativa – non ha mai amato il laconico Keith, i suoi silenzi e la sua durezza, e non lo ha mai nascosto alla figlia, anzi. Il rinnovato tran tran familiare di casa Neudecker è turbato dalla liaison di Keith con Florence, una nevrotica ragazza nera impiegata anch’essa in una delle Torri e legittima proprietaria della valigetta che l’uomo si è portato a casa scambiandola per la sua nella confusione dell’evacuazione. E anche dalle strane allusioni dei bambini del vicinato (compreso Justin) a un enigmatico personaggio, Bill Lawton, che parlerebbe a monosillabi e minaccerebbe di far crollare le Torri a colpi di aereoplani, un evento che i bambini hanno solo immaginato e non visto davvero a causa della censura televisiva in merito imposta loro da genitori protettivi e apprensivi nei giorni seguenti l’11 settembre...
Leggi un libro di Don DeLillo e ti aspetti l’affresco complesso, la cornucopia di idee - spesso talmente tante che molte sono buttate lì con nonchalance, gratis - lo sguardo che abbraccia un’epoca intera e lucidamente la storicizza. Succede invece che L’uomo che cade sia ambizioso negli intenti, ma non nella scala di grandezza. L’affresco c’è, insomma, ma ritrae le quattro mura di una casa e quello che ci succede dentro, è introspettivo più che epico. Il politico è personale, recitava uno slogan qualche secolo fa (o erano solo decenni?), e DeLillo sembra volerlo rilanciare - o forse ribaltare - mentre racconta il tentativo di una donna di ricostruire dalle macerie non ciclopiche torri di acciaio e vetro, ma una ‘semplice’ famiglia medio-borghese, la sua, mentre segue con occhio di entomologo distratto il nuovo sbriciolarsi del rapporto di Lianne e Keith sotto i colpi di una storia extraconiugale (per quanto straniata e malinconica) e del vizio dell’uomo per il poker. E accanto a questo, gli oziosi seppur profondi dibattiti di politica internazionale apparecchiati da Martin e Nina sembrano assai distanti, uno sterile esercizio intellettuale. La vicenda dell’11 settembre è un tuono lontano, lontano come i flashback attraverso i quali seguiamo il terrorista Hammad dalle periferie europee ai campi d’addestramento aereo, fino alla (anche sua) fine, all’impatto con le Twin Towers. Lontano come un ricordo da esorcizzare: un ricordo che la presenza dell’artista-performer che scimmiotta nei luoghi più impensati i poveretti precipitati dalle Torri nel loro plastico e disperato volo (e che dà il titolo al libro, che contrariamente a quanto letto su molti, troppi giornali non è affatto dedicato alla storia immortalata nel memorabile documentario di Henry Singer e Richard Numeroff) impedisce di metabolizzare, di nascondere, di superare. Paura di avere paura.