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Mahut

Sette mesi e due giorni. È da tanto che il padre di Bianca vive come un pezzo d’arredamento, vegeta seduto sulla sedia a rotelle accanto al frigorifero. Lei lo guarda, lo nutre, gli parla e per lui inventa storie, ma anche le nuvole fanno più rumore di quel corpo abbandonato da ogni afflato vitale. Eppure, lui è l’unica presenza in grado di movimentare il panorama di impassibile staticità che domina la vita di Bianca. Ha bisogno di quella presenza-assenza, di qualcuno che stia peggio di lei. Alle spalle ha un divorzio subito più che voluto, il suo presente è un’esistenza di soliloqui e una fissazione per la nuova famiglia del suo ex marito. Nessuno si accorge di lei, che è la “figlia del vegetale”, “il termometro per misurare il livello della bassezza umana”. Livio vive chiuso in casa, prigioniero dei suoi fantasmi mentali, irretito nel suo mare di giustificazioni, paralizzato dall’idea di mettere il naso fuori, incontrare la gente, entrare in un negozio. Il supermercato è a ventuno passi dal suo appartamento e per arrivare dal tabaccaio ne deve fare ben cinquantasette. La sua unica compagnia, che si appalesa la notte, è Igor, conosciuto quando aveva dodici anni. Igor ha un aspetto mostruoso, ma Livio sa che i veri mostri sono quelli là fuori. Igor non indossa indumenti e ha la pelle squamosa. Igor è un amico immaginario. Ma una notte, Livio affronta il limite imposto dalle sue costruzioni mentali e decide di uscire, diciannove passi fino all’albero al centro di una piazzetta. È qui che incontra Enea ed è come una boccata d’aria dopo un’immersione portata ai limiti della resistenza. Paride lavora per l’azienda del signor Paglia, che produce marmellata di albicocche. Più che altro, assiste una macchina, preme pulsanti, sposta cestelli. Tutti i giorni, estate e inverno e ogni giorno uguale a se stesso, da circa trent’anni. A casa lo attendono i suoi rituali e nessuna variazione al programma e alla sua logica. Tramezzino al burro d’arachidi e tv seduto in poltrona. Alle sette e mezzo inizia la televendita dei materassi e c’è Clara, che accarezza il materasso con delicatezza e grazia, mentre Paride ha un’eiaculazione. I giorni dispari mangia le uova e i giorni pari carne di cavallo e verdure. Paride è in costante combutta con il suo gemello, che insistentemente cerca di impossessarsi della sua mente per spingerlo a vendicarsi del signor Paglia e di qualche scomodo collega. Un giorno, il capo convoca Paride per comunicargli il licenziamento…

Tre racconti, tre esistenze gravate da uno stato di emarginazione che ha perso il filo per tornare nel brulicante mondo. Storie i cui percorsi inaspettatamente si incrociano e si sfiorano. Sono racconti drammatici quelli narrati da Mattia Madonia, giovane scrittore e compositore catanese, membro della band Bidiel, che torna in libreria dopo Che vuoi che sia, il suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2014. E torna anche il tema della solitudine, che ammorba le vite di Bianca, Livio e Paride, convinti di avere accanto a sé le persone più care su cui si possa contare, abbandonati e reietti della società, incapaci di penetrare il bozzolo di finte certezze che dissipa le loro residue energie mentali, infine sconfitti dalla vita. I vagheggiamenti della mente, formidabile creatrice di realtà parallele sono il trait d’union della raccolta, il cui titolo rimanda a una passione dell’autore, ossia il tennis e ancor di più i tennisti perdenti. Nicolas Mahut è infatti, il giocatore francese famoso per avere giocato e perso il match più lungo della storia del tennis, ben undici ore di sfida, combattuta nel corso di tre giornate. Mahut non è riuscito ad aggiudicarsi la partita, ma ha combattuto con grinta, fino alla fine.