Mamma Roma a colori

Mamma Roma a colori

Al Quadraro manca un’osteria con dentro qualche perdigiorno a bere. Un’osteria di quelle con la pergoletta, tra le casupole basse, uno scorcio d’acquedotto romano, una palazzina ristrutturata degli anni ’20 con tanto di motto latino sulla porta, qualche facciata nuda col tufo emergente, un pezzo di tubazione scoperta e tutti quegli elementi che lo tratteggiano quasi come un borgo rurale in piena città. Incontrare un volto dai tratti andini s’accorda all’anima di queste strade meglio di quello di un qualche romano con gli occhiali alla Arthur Miller che passa da queste parti per turismo urbano. Sì, gli occhiali alla Arthur Miller o alla Allen Ginsberg, la camicia button down con le maniche arrotolate, qualche dettaglio trasandato e le scarpe da 700 euro. È proprio lui, ex contestatore, ex ideologizzato inginocchiato all’altare del rampantismo il cui sguardo attraverso le lenti ruba innocenza e poesia, a rendere incombente l’eventualità, il rischio del wine bar, del ristorantino, dell’happy hour… della bottega Bio. Come a San Lorenzo. Come al Pigneto. E qui non c’è nemmeno un’osteria, di quelle con la pergoletta, a fare da baluardo, da presidio, seppur simbolico, contro il neocolonialismo urbano…

Per quanto definito “romanzo” nel risvolto di copertina, il libro di Fernando Acitelli presenta più che altro il carattere di un taccuino di appunti buttati giù alla rinfusa con tratti di poesia visionaria. Osservazioni e ricordi fluiscono in un discorso continuo che non conosce un punto fermo in 450 pagine. La continua offerta di belle suggestioni profuse en passant dall’autore subisce proprio il limite di questa scelta formale che assume i contorni di un esercizio di stile, un virtuosismo che non viene messo al servizio della fruibilità dello scritto. Il reiterato ricorso agli “ecco”, “proprio così”, “di questo si trattava”, necessari alla prosecuzione del discorso evitando l’uso di una punteggiatura canonica, finisce per rendere faticosa la lettura evidenziando, con questi escamotage, la mancanza di un’esposizione anche solo un pochino più organica. L’altro limite, purtroppo, è costituito dal carattere non inclusivo dello scritto: per quanto abbia personalmente apprezzato alcuni riferimenti dati in sottinteso, difficilmente chi non è di Roma, chi non conosce la valenza socioculturale di alcune strade ed ambienti e chi non ha memoria degli anni ’70 e ’80, potrà coglierne il senso. Già alla seconda pagina si dà per scontata la funzione evocativa di un volto “alla Alcides Ghiggia”: ma quanti nel 2020 assoceranno al volto di un sudamericano al Quadraro quello dell’ala destra uruguaiana della AS Roma degli anni ’50?



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