Manifesto per la verità

Manifesto per la verità

Una delle rivoluzioni positive per le quali questo inizio di millennio sarà ricordato è la rivolta delle donne che hanno subito violenza da uomini di potere e che nel 2017 si sono riunite sotto l’hashtag #MeToo. Asia Argento ne è stata senz’altro la bandiera italiana, ma, la sua storia, raccontata da Ronan Farrow sulle colonne del “New Yorker”, è stata accolta in Italia da un’ondata di disprezzo e discredito senza precedenti. La stessa attrice aveva dichiarato di aspettarsi un certo scetticismo e anche incredulità, ma niente avrebbe potuto prepararla all’onda di insulti dei quali è stata bersaglio per mesi. Insulti che le rimproveravano di aver ceduto alle violenze del produttore Harvey Weinstein per mero calcolo e di aver scelto di parlare solo quando uno degli uomini più potenti del mondo dello spettacolo era ormai a terra. I racconti delle donne vengono neutralizzati attraverso il discredito, soprattutto se si riferiscono, come nel caso del movimento #MeToo e delle sue varianti che hanno preso piede in quasi tutti i continenti con fortune alterne, a uomini di potere, a rappresentanti di istituzioni che da secoli incarnano il potere e ne benedicono la detenzione da parte di mani maschili. Non sono stati solo squallidi e retrivi esponenti del mondo della carta stampata italiani ad attaccare il movimento, ma ci sono state anche donne illustri come Catherine Deneuve e le cento firmatarie di una petizione francese che hanno sostenuto il diritto degli uomini “a importunare” come parte integrante della liberazione sessuale. In un mondo in cui esistono ancora Paesi nei quali la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, non ci si aspetta, però, che i Paesi cosiddetti civili avviino vere e proprie campagne di stampa contro le vittime, classificandone la vita ed erigendo veri e propri tribunali mediatici per scrutinarne il diritto morale all’accusa. Come ha scritto Michela Murgia, “Bisogna far passare l’idea che anche le peggiori di noi abbiano il diritto di accusare”. Non è semplice in un Paese come l’Italia che non sembra essere ancora fuori dalla morale patriarcale che salvaguarda innanzitutto il diritto di un uomo all’amore eterno, il suo sacrosanto diritto a sentirsi “tradito” e a sfogare nel più violento dei modi la propria cosiddetta sofferenza. Le campagne di stampa che dipingono un marito come devoto e innamorato fino al momento del raptus, che pubblicano foto della vittima magari in pose provocanti scaricate dai social network, sono solo uno dei rivoli attraverso i quali le cosiddette fake news si dividono e dilagano: sono piccoli ruscelli tossici che vanno ad inquinare il mondo dell’informazione, che abituano un pubblico sempre più succube ed instupidito al doppio registro con il quale sono trattati gli stupri, a seconda che, ad esempio gli stupratori siano extracomunitari o carabinieri…

Una delle più grandi aberrazioni del nostro tempo è quella che Giuliana Sgrena definisce la militarizzazione del Quarto Potere, l’asservimento delle notizie e spesso il loro confezionamento a favore degli scopi politici più abietti, Così vengono addomesticati e manipolati scientemente cifre relative all’immigrazione, così vengono alimentate artate polemiche tra scienziati e ciarlatani su temi come i vaccini. Giuliana Sgrena è ben consapevole che le false notizie, le notizie gonfiate o travisate ad arte siano esistite sin da quando, nell’Ottocento si è diffusa la comunicazione di massa, ma nel suo Manifesto per la Verità quella a cui si dedica è un’attenta, rigorosa e metodica analisi delle perniciose sfumature che le fake news o, per usare una definizione contemporanea, le post-truth, le post verità, assumono nel terzo millennio. L’analisi che ci offre è impietosa e rigorosa, risponde perfettamente ai canoni della definizione di libertà di George Orwell, un autore che persino la BBC ha rivalutato al punto da dedicargli una statua nel proprio cortile, il quale diceva: “Se libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che non vuol sentirsi dire”. In un tempo in cui c’è una rincorsa affannosa e indecente ad assecondare gli istinti peggiori del popolo, a nutrirne i morbosi appetiti, a dare in pasto alle folle storie e narrazioni della realtà sempre più distorte e manipolate, Giuliana Sgrena, con la lucidità impietosa a cui ci ha abituato in Dio odia le donne e Rivoluzioni violate analizza le cause e gli effetti del decadimento della volontà di fare informazione, ne denuncia non solo la morte, ma urla al mondo i nomi degli assassini e dei mandanti con voce stentorea, senza paura di additare il maschilismo retrivo e immobilista che impera nelle redazioni italiane così come uno di essi. La sua scrittura asciutta, brillante e acuta, colpisce nel segno ogni qual volta denuncia un tentativo più o meno riuscito di sostituire i fatti con mere opinioni, l’incompetenza con la scienza, il sensazionalismo con il rigore. Che siano gli stessi giornalisti ad infliggere i colpi più duri al proprio mestiere, per asservimento al potere, o per senso di onnipotenza che deriva dal mettere in scacco uno Stato, come è successo quando il reporter di guerra Babcenko ha inscenato il proprio assassinio, salvo poi ricomparire in una conferenza stampa con gli 007 suoi complici, o che siano i Governi perseguitare a morte l’informazione, sta di fatto che la verità muore ogni giorno, ci dice Giuliana Sgrena, e il suo campo di sepoltura sono i social media.



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