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Manola

Manola

Anemone e Ortensia: gemelle eterozigote diverse come la notte e il giorno, ma traslabili in fondo l’una nell’animo dell’altra. Orty è irsuta, pustolosa, secca, di “orrorosa” bruttezza, involucro di un cervello pensante e fobico che macera riflessioni psicoanalitiche suggerite dalla frequentazione dell’analista Lucilla, anch’essa psicotica. Any invece è di forme generose, appetitosa, con modi cingolati e pensieri leggeri, vaporosa e sessualmente disinvolta, quasi per compensare la frigidità casta di Ortensia, imprigionata nelle sue turbe. Le due vengono allevate in un albergo gestito dai pittoreschi genitori: papy (anch’esso peloso, ricovero di ogni sorta di insetto) e mamy, variopinta e trincante, divisa tra i fornelli e la “pennica” dietro il bancone della concierge. Ortensia trascorre l’età evolutiva chiusa in uno sgabuzzino a studiare un’enciclopedia medica, compulsando avidamente lo scibile illustrato delle malattie epidermiche. Da adulta porta in giro un tacchino e frequenti attacchi di panico. Anemone invece sciala, sfarfalla, la deride dall’alto delle sue mutande di lurex. Ma un giorno il brutto anatroccolo incontra Poldo, obeso, puzzolente, con esalazioni intellettualoidi e latenti perversioni feticiste: il kamasutra si arricchirà della “posizione del grillo”, Orty monta in sella e saltella istericamente, preservando tuttavia la sua verginità. La ruota gira, i genitori volano in un burrone, le vite evolvono verso destini che si invertono…

Le sorelle, portatrici di problematiche femminili universali, si raccontano a Manola, una cartomante muta: il linguaggio è denso, forte di un’aggettivazione massiccia e desueta che costituisce il tratto distintivo della Mazzantini. Altrettanto complessa è la materia, indagata attraverso insistiti rimandi a Freud e declinata in tutti i possibili onanismi speculativi dall’acculturata Ortensia, che non disdegna approcci filosofici, new age, esoterici con citazioni al seguito. L’ironia serpeggia – a tratti – in una struttura dalla connotazione delirante e surreale, specie nella prima metà: poi il grottesco trascolora verso l’intimismo e il lettore, già straniato, tira un sospiro di sollievo attestandosi su un solido umore depresso. L’amalgama del romanzo risulta pesante: forse l’opera, nata come una pièce teatrale con Nancy Brilli, ha perso leggerezza nella trasposizione letteraria. Consigliatissimo alle casalinghe avvinazzate dal matrimonio, che, schivata l’istigazione al suicidio, potrebbero trarne un violento impatto terapeutico.