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Marìe canta la famiglia del secolo

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I Tolki hanno cambiato casa, non più la campagna (“il campo va in rovina, Olin”; “Addio a voi, bianche distese / addio, mai più cammineremo/in mezzo alle campane); hanno attraversato l’autostrada che la costeggiava e ora vivono in un grande contenitore vicino ad una stazione di benzina. Sono cambiati gli oggetti quotidiani, non più il carretto, non più il grembiule, ma la macchina, la pompa di benzina; è cambiato il paesaggio, non ci sono alberi, c’è il campanile; non c’è più farina (“darebbe il pane se ne avesse”). Ma poi, sono ancora e sempre loro? I nomi sono nuovi: Marie, Lisabeta ma ci sono ancora Olin, Antòn, Sunta, Dora, Kraus; dal contenitore si sono spostati in una grotta (“Ed eccoci qui riuniti nella grotta / con questa malattia della parola / Zet, Sunta, Olin, e Kraus, e Katarina. / E Os, e Ur e poi Marie, e tutti gli altri, i posteri/i precedenti. E Dora, e Inna, e Antòn”). È forse un passaggio di consegne? C’era un compito da svolgere, un enigma da risolvere (“C’era poi quel mistero intorno”; “All’inizio si sparse / un principio oscuro”)? Che è stato svolto, risolto? Sono guariti dalla malattia della parola o ne sono ancora affetti, loro che sono parola e solo parola?

La saga dei Tolki, esseri fatti di parole (Travi riprende il concetto di parlêtre di Jacques Lacan, un essere cioè che definisce sé stesso attraverso la parola pronunciata) percorreva finora cinque libri e quasi un decennio. Un avvicendarsi di nomi propri, di oggetti quotidiani che sono attinenti al lavoro nei campi, ad una comunità che vive della e nella natura: la vanga, il carretto, il casolare, il grembiule, la casa, il recinto. Danno l’impressione di essere primitivi, sicuramente poco moderni. Vivono a Tà, un luogo nella terra di Zard, sono individui semplici con un compito da svolgere che una voce narrante, probabilmente femminile, gli ricorda spesso, ordinando e sgridando; femminile non perché la donna sia regina della casa, perché rassetti e cucini, ma perché i Tolki sono preposti alla semplificazione del linguaggio, al ritorno alla parola primaria, alle parole bambine e questo è chiaro nella versificazione scelta da Ida Travi; versi brevi, una minima scelta di parole spesso ripetute, ad imitare la lallazione che è la prima forma di linguaggio del bambino. Le donne sono nella casa perché a loro spetta il compito creazionale del linguaggio nuovo o ripristinato, e infatti usano la farina per fare il pane (impastano la parola, in ultima analisi), distribuiscono le mansioni, riportano all’ordine, vigilano. Sono il grembo, l’utero della lingua (direi de lalangue se si vuole restare nell’ habitat lacaniano). Questo ultimo libro (che è una plaquette) viene definito il settimo della saga, ma il sesto che fine ha fatto? Il sesto esiste solo concettualmente o è stato smarrito, escamotage interessante per interrompere la storia e “per ribadirla” come affermato dalla poeta in una recente intervista rilasciata a una rivista on-line (AlmaPoesia). Mentre i Tolki (ma sono ancora loro?) cercano Marie, si intuisce piuttosto chiaramente che hanno finito il loro compito, pronunciano un addio sintomatico, si ritrovano tutti insieme “I posteri e i precedenti” in una grotta, come se, a lavoro finito, ritornassero ad un’epoca primitiva, riavvolgendo il nastro fino all’inizio per un nuovo scopo, che forse è trovare Marie, “Marie…Marie…dove sei?” L’invenzione di Travi, che ha creato dal nulla una comunità di individui che lavora e si industria per riportare il linguaggio ad una semplicità edificante, in mezzo all’inquietudine che è sopra di loro e che si percepisce come un qualche evento catastrofico in agguato, e che è la stessa del nostro tempo, è davvero straordinaria e direi proprio unica, nell’ambito della poesia contemporanea, un’epica delle piccole cose che vale davvero la pena di incontrare. Una nota a parte merita la “confezione”: carta pregiata, illustrazioni notevoli di Giuditta Chiaraluce, tre segnalibri che sono piccoli capolavori da incorniciare.