Marea tossica

“Telai di metallo, schermi rotti, schede elettroniche, componenti e cavi di plastica, alcuni già smontati, altri in attesa di essere lavorati, erano disseminati ovunque come mucchi di letame, e gli operai, tutti immigrati da altre parti della Cina, saettavano tra queste cataste come fossero mosche”. Nel deposito si setaccia ogni rottame alla ricerca di pezzi di valore, da scomporre, ripulire. L’operazione si svolge a mani nude, senza alcuna protezione dall’atmosfera carica di miasmi tossici e densa di particelle di PVC. Il corpo delle donne e degli uomini addetti ai lavori, la “gente dei rifiuti”, assorbe qualunque cosa. Benvenuti a Silicon Isle, un lembo del territorio cinese dal doppio volto: la discarica, che come un vulcano erutta veleni e ingiustizie, e la metropoli rampante, nutrita dall’avidità dei nuovi miliardari e dalla sopraffazione operata da gang mafiose. Le connessioni tra i due mondi sono dominate dalla tecnologia: i ricchi fanno largo uso di dispositivi prostetici, protesi per sostituire organi difettosi e ingannare l’invecchiamento; i poveri sono soggiogati da inquietanti droghe elettroniche. La giovane migrante Mimi appartiene al mondo dell’immondizia, alla gente della discarica. Scott Brandle, invece, è americano, in trasferta per la “TerraGreen Recycling Co.”, società che promuove il riciclaggio avendo ben fiutato il vertiginoso business dei rifiuti; ma la green economy non è così verde per chiunque… Divisa fra la sua misera terra d’origine e l’illusione di un riscatto, Mimi si fa installare una speciale pellicola sulla nuca e auricolari collegati al cervello: la sua visione del mondo cambia, filtrata da ricordi che allentano le frustrazioni, che spingono a desiderare di “restare immersa per sempre in questa allucinazione”. Si può sfuggire, almeno virtualmente, dalla devastazione dell’ambiente, dalla corruzione, dalla schiavitù, da tutto ciò che è Silicon Isle. Ma a quale prezzo?

Per ottenere un buon romanzo di fantascienza non occorre più spostare i calendari di secoli. È sufficiente esasperare le ansie attuali ed eliminare i limiti etici all’utilizzo della tecnologia ed ecco che la distopia è servita. Ingredienti aggiuntivi: un territorio poco conosciuto, intrighi politico-finanziari, crisi ambientale. Elementi che, come nella cosiddetta tempesta perfetta, determinano un risultato che non è la semplice somma aritmetica dei dati, ma qualcosa di più ingestibile. Proprio come accade in questo romanzo di Chen Qiufan, quarantenne cinese, autore di premiate storie di fantascienza. Presentato come eco-thriller, cyberdistopia, fantasy orientale, Marea tossica è, di fatto, un romanzo di genere, costruito incasellando molteplici temi in atmosfere diverse. Tante, troppe sfumature che altri scrittori, probabilmente, avrebbero sviluppato in una lunga saga. Essendo il romanzo di esordio di Qiufan, si comprende l’entusiasmo e la necessità di ambire ai lettori di tutto il mondo narrando la complessità della cultura e delle questioni aperte della sua generazione e del suo popolo. Del resto, la Cina - così inconoscibile e riluttante ad aprirsi - si presta: Paese immenso, in bilico fra tradizioni e modernità, dove i robot antropomorfi qui descritti non sono i classici “mecha” come Mazinga e Jeeg ma vengono ornati con rosari buddisti e talismani taoisti. Come duplice è la prospettiva di futuro che impegna i protagonisti, divisi fra il mantenimento della purezza e dell’idealismo rinunciando al benessere, fra salute e dignità oppure sopravvivenza a tutti i costi, fra essere se stessi o valicare i limiti grazie alle soluzioni bio-ingegneristiche spacciate dalla malavita. E tali dilemmi generano incubi che l’autore sonda nei dettagli più inquietanti, in un atto analogo allo scavo operato dalla gente dei rifiuti che, alla fine, “non riesce neanche più a distinguere ciò che immondizia da ciò che non lo è”.

LEGGI L’INTERVISTA A CHEN QUIFAN



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