Marino il mio cuor

Marino il mio cuor
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Il piccolo Marino viene al mondo come tutti gli altri bambini, senza che gli si debba promettere nulla per convincerli a uscire e abbandonare quel mondo dentro al quale stavano benissimo. Non c’è bisogno di fare come il popolo Thai, che per persuadere un elefante a vivere in cattività ha creato un canto lunghissimo, pieno zeppo di lusinghe. Marino nasce e per primo sente il mare e la sua acqua salata che è come quella delle sue lacrime e poi la terra, né troppo dura né troppo morbida. Poi incontra la luce, la musica, l’aria che trasmette i suoni e porta la polvere che lo fa starnutire. Suo padre, che è come un gigante mentre lui è il nano, lo incontra la prima volta che non ha ancora respirato. Marino è pallido e tiene i pugni serrati. Possiede “la stravaganza della salamandra axolotl” e, dicono i dottori, sin dall’inizio si è messo a fissare con ostinazione il soffitto, rifiutando di guardare la terra che ha assaggiato solo qualche tempo dopo, posandoci sopra la lingua e masticandola lentamente per sentirne il gusto. Il gigante e il nano imparano a conoscersi. Marino cammina come un orso, drizzandosi sui talloni cercando subito le scale. Tenta di sfuggire al gigante suo padre, che avrà il compito di insegnargli il mondo. Il viaggio inizia proprio oltre il cancello del giardino, dove ci sono le foglie da raccogliere, le pozzanghere da evitare, le automobili da riconoscere. Tornerà alla sua camera portandosi la sabbia del fiume nascosta sotto le suole delle piccole scarpe. Già diffida della propria voce, così come delle forme del mondo, del gatto, della sua piccola sorellina che ancora non può camminare né parlare…

Lo scrittore che si trasforma in padre muta le proprie parole in una sorta di canto senza musica, per raccontare l’incontro con la creatura che gli appartiene ma che subito si stacca da lui, esigendo di conoscere tutto ciò che gli sta attorno. Ciascun buon padre impara il mestiere a modo suo, si fa le ossa un po’ in sordina rispetto alla madre che durante i primi mesi ha un legame esclusivo con il neonato. Eugène Savitzkaya, autore belga di lingua francese, trasforma la nascita del suo primogenito Marino in una breve novella senza tempo né trama, fatta di episodi emozionali e luminose avventure casalinghe che sembrano delle fiabe in miniatura nelle quali l’adulto si trasforma in un gigante buono ma goffo e il bambino in un nano curiosissimo e inafferrabile. Alla lettura, si sente la mano del poeta e dell’autore teatrale che trapuntano la storia di ritmo e melodia che in patria gli hanno valso il premio Point De Mire e il Prix Triennal Du Roman. Ma la musica, la magia della favola e il ritmo si sono in parte persi nella traduzione che non riesce a restituirle appieno. Quello che resta sono pagine appassionate di un padre innamorato di suo figlio e una sorta di diario scritto non di proprio pugno dal genitore ma da un terzo personaggio, che potremmo immaginare essere la moglie di Eugène Savitzkaya e madre di Marino. “Romanzo in mille capitoli di cui i nove decimi sono andati perduti”, avverte l’autore prima di cominciare e così pare davvero sia accaduto. Le parole azzurre come l’acqua del mare che popolano questo breve romanzo ci inteneriscono e ci fanno sorridere, ma non sospirare e sognare.



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