Salta al contenuto principale

Materia prima

Materia prima
Autore
Traduzione di
Genere
Editore
Articolo di

Fine anni Sessanta. L’anarchico Harry Gelb, irrequieto e strafatto di oppio e di anfetamina, campa di tè e biscotti tra una droguccia e l’altra, in una polverosa mansarda di Istanbul, smagrendo forte. Harry considera l’Oriente lo sfondo ideale della sua apatia, della sua inclinazione all’oppio, dei suoi sogni letterari: che sono dominanti, e incontenibili. Ha poco più di vent’anni e ha già superato due fugaci infatuazioni per la politica e la religione; ha chiaro che l’unica possibilità di combinare qualcosa di buono in vita sua sarà fare letteratura, sarà campare da scrittore. Si sente più vicino a Kerouac ed Henry Miller che ai suoi compatrioti tedeschi; al limite apprezza Fallada e Joseph Roth, probabilmente più che altro per la fascinazione etilista, autodistruttiva. Sperimenta una scrittura fatta di periodi lunghissimi, lisergica; scribacchia sui moleskine a tutto spiano, vagheggiando giochetti alla Burroughs. Per sopravvivere, intanto, vende oppio ai turisti francesi e austriaci, assieme a Ede, con cui si smezza le spese. Ede fa il pittore, è mezzo astratto e mezzo commerciale e ogni tanto quei quattro soldi che rimedia servono a sistemare i conti col padrone di casa, e via dicendo. Istanbul sembra un “collage dai contorni che si perdono nell'infinito”, e la polizia sembra chiudere un occhio sulla bohème europea, in certi periodi, probabilmente per questioni tattiche. Oppure è soltanto fortuna. Harry sta romanzando la sua esperienza da obiettore di coscienza, in patria: un periodo passato tra tisici, asmatici e malati terminali, con qualche avventuretta con le infermiere. Non riesce bene. È vita vissuta, ma certe sofferenze non si restituiscono in letteratura con tanta facilità. Forse ha in canna uno Stamboul Blues, sempre autobiografico ma con un tiro diverso. Si domanda spesso se ha davvero tanta importanza pubblicare e avere fortuna, perché gli sembra che la vita non abbia senso, in generale. Intanto scrive, e si droga, e va cercando lavoretti per mantenersi, diversi dallo spaccio; per esempio, fare lo scrivano, basta rimediare una bella macchina da scrivere e mostrarsi umile e fare tutto quanto con calma. Ma un’imboscata delle guardie lo spinge a ritornare in Germania, con in tasca la carta d’identità, cinquecento lire turche, gli occhiali e quattro stracci...

Prima edizione italiana di Rohstoff, originariamente pubblicato in Germania nel 1984, Materia prima vede la luce nella traduzione di Daria Biagi: una traduzione difficile, perché la scrittura è parlatissima e puntinata di riferimenti gergali, periodicamente intraducibili. Il testo appare nella collana Kreuzville Aleph della casa editrice capitolina L’orma, col contributo del Goethe Institut. L’artista, Jörg Fauser [1944-1987], è stato un punto di riferimento per la controcultura tedesca; romanziere, giornalista, sceneggiatore e uomo dai molti mestieri, morto in circostanze poco chiare ad appena trentatré anni, ha restituito in questo lavoro autobiografico una sorta di Martin Eden tedesco strafatto d’oppio e di anfetamine. Materia prima è un libro che deriva e discende da una tradizione che si fonda su Fame del norvegese Knut Hamsun, sull’altro fondamentale libro londoniano e poi, poco a poco, si frantuma in tanti rivoli egoarchici e scombinati, con esiti più o meno irrilevanti, da John Fante e Jack Kerouac in giù. Le differenze caratterizzanti sono queste: è un libro ben sprofondato nella sua epoca, negli anni Sessanta e Settanta, a differenza di Fame e di Martin Eden che hanno il respiro del classico fuori dal tempo; Fauser frequenta e schizza parecchi ambienti politici che adesso risultano più o meno pittoreschi e variamente indecifrabili, nella galassia rossa. Dai maoisti ai trotzkisti, dai profeti del libero amore ai socialdemocratici, battendo collettivi, case occupate, case abusive, psicodrammi tossici e via dicendo, sempre tenendo presente che vive negli anni del massacro americano in Vietnam e della prepotente protesta dei beat, e della prima, pallida, successiva disillusione; Fauser fa avanti e indietro con l’Oriente più europeo che esista, la vecchia Costantinopoli, sfregiata dalla turchizzazione e caotica, e confusa nell’oppio; quando torna in Germania, tra Francoforte, Berlino e qualche dintorno di Gottinga, mano mano restituisce qualche avventura di improbabile adattamento alla società tra scrittura, politica, sentimento, lavoretti e così via. C’è qualcosa di vecchissimo nel suo personaggio principale e nel suo supremo senso di dissociazione e di inadeguatezza alla realtà, e di autenticamente letterario; è uno che può dare del tu, tra un momento di lucidità e l’altro, agli outsider di tutto l’Occidente romanzesco, come da poetica colin-wilsoniana. Questo vecchissimo personaggio è ciò che consente a un libro del genere ‒ altrimenti espressione delle farraginose e ripetitive subculture rosse della sua epoca (in salsa “birra e crauti”, si capisce, con qualche speziata fumata di narghilè) ‒ di andare avanti per qualche generazione, parlando una lingua che si finisce per trovare, in certi frangenti, amica e adorabile – quella della disperazione che vive in ogni scrittore, per l’estraneità o l’irrisolvibile conflittualità con la realtà. Tutto il resto – dai collettivi al libero amore, dagli europei disfatti e spiaggiati a Istanbul fino alle contraddizioni delle sfuggenti muse, passando per l’apomorfina e le riviste a tiratura limitata, e i lavoretti a casaccio e le prime coraggiose pubblicazioni – fa colore, e forse infine lascia il tempo che trova, perché ormai è stato troppo ripetuto, è dato per acquisito.