Mato Grosso

Il noto autore francese di un bestseller ambientato in Brasile, Jacques Haret - il cui nome ricorda, foneticamente, il jacaré, termine che significa caimano in brasiliano - è appena tornato in quella terra dopo una lunga assenza, trent’anni. Un giovane, con un cartello su cui è indicato il suo nome, lo aspetta all’aeroporto. Il giovane, che parla un francese con forte accento brasiliano ed indossa un abito beige di cotone leggero ed una camicia bianca di canapa, dice di chiamarsi Martin e, dopo essersi impadronito del suo bagaglio, lo conduce alla sua auto. Sono diretti a Petropolis, località che dista circa settanta chilometri dall’aeroporto e, secondo Martin, impiegheranno circa un’ora e mezzo per raggiungerla. Jacques è stato invitato da un editore brasiliano, suo fervente ammiratore, che gli ha chiesto di raggiungerlo presso la sua abitazione, a Petropolis appunto. Dormirà nella stessa stanza in cui Stefan Zweig - scrittore verso il quale ha nutrito una profonda stima - e la moglie Lotte si sono tolti la vita. Il viaggio in auto è piuttosto monotono e Jacques si assopisce quasi subito; si risveglia quando il traffico rallenta e frena il suo sonno. Quando riapre gli occhi stanchi, rimane affascinato da Petropolis, una Salisburgo in miniatura alla brasiliana, una piccola giungla nel cuore delle Alpi. La berlina si arrampica su un breve vialetto che li conduce sino ad una modesta casa aggrappata alla scarpata, una casa nella quale Jacques pensa che potrà lavorare in santa pace al suo prossimo romanzo. Ma, appena entrato, una voce mai dimenticata lo riporta indietro nel tempo in un lampo ed il cuore gli balza nel petto. Il padrone di casa, l’editore, altri non è che Figueiras, un ex poliziotto. È più vecchio, più magro, infermo su una sedia a rotelle, ma è ma pur sempre lo stesso uomo che Jacques ha conosciuto trenta anni prima, durante un soggiorno nel Mato Grosso, soggiorno avvenuto durante un’inondazione storica del Pantanal nonché argomento del celebre lavoro di Haret, Un romanzo brasiliano. Perché Figueiras lo ha invitato? Che intenzioni ha? Cosa vuole da Jacques?

Dopo la trilogia Yeruldegger ambientata in Mongolia - Morte nella steppa del 2016, Tempi selvaggi del 2017 e La morte nomade del 2018, per i quali lo scrittore ha ricevuto vari riconoscimenti, tra cui il Prix SNCF du polar - il giornalista, editore e scrittore francese Ian Manook cambia ambientazione e, con questo romanzo, conduce il lettore in Brasile, terra affascinante e misteriosa, fatta di ombre e corruzione. Un Brasile immerso nel suo caratteristico clima tropicale, ricco di vegetazione rigogliosa, animali selvaggi e panorami mozzafiato e solitari. Un Brasile sensuale e sconfinato, una terra per la quale non si può che provare- dopo averla visitata per la prima volta- la celebre saudade, il ricordo di ciò che è stato ed il desiderio di riviverlo ancora ed ancora. Ed è proprio quello che fa Jacques Haret, che vive durante il suo primo soggiorno in quella terra grande e lenta un amore disperato, ne rimane soggiogato e ne subisce il fascino velenoso, con conseguenze tragiche e fatali. Trent’anni dopo Jacques, che ha descritto la sua ossessione in un romanzo nei cui personaggi si celano malamente i protagonisti delle sue passate avventure in quella terra, torna là dove tutto è iniziato e si lascia nuovamente avvinghiare dai tentacoli di una terra bella e maledetta fino ad uscirne sconfitto per sempre, per mano di una vecchia conoscenza, un poliziotto arrogante e corrotto, subdolo manovratore gretto ed egoista. Il romanzo di Manook, che ancora una volta dimostra di essere uno scrittore in grado di catturare l’attenzione del lettore con l’utilizzo di innumerevoli riferimenti letterari e di descrizioni precise e puntuali in cui la natura diventa metafora, si sviluppa, secondo la tecnica del “romanzo nel romanzo”, lungo due binari paralleli in cui la narrazione violenta e dura cede il passo a descrizioni più delicate e aggraziate, quasi sognanti. Una lettura singolare che parla di amore e di vendetta ma che fatica a decollare, soprattutto quando la penna dell’autore indulge nelle descrizioni minuziose dei paesaggi del Mato Grosso e del Pantanal. Uno stile molto elaborato, a volte troppo, per una storia di passione e di violenza che, pur non essendo originalissima, intriga il lettore e lo conduce in una giungla in cui le bestie feroci da affrontare si chiamano gelosia ed ossessione.

 


 

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