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Midland a Stilfs

Midland a Stilfs

Quello che fa più paura a Stilfs (Stelvio) non è il silenzio e neppure è la solitudine: a quelle si fa l’abitudine. Quello che fa più paura è la possibilità che qualcuno, un forestiero, arrivi a turbare quella situazione orami routinaria, abitudinaria. Uno straniero, un intruso in quella quiete irreale, non è opportuno che arrivi, non è bene che arrivi: nuove idee, nuove insidie. In quel mondo fatto di abitudini quotidiane, capita anche di sfiorare per anni con lo sguardo una persona che ci cammina tutti i giorni accanto, senza sapere quella persona chi sia, cosa pensi, cosa voglia. Ci sono però dei particolari che non tornano: la stoffa di quel cappotto, un loden, che continuano a fabbricare nelle valli, è comodo, è elegante, è caldo, ma è anche tremendamente simile a quello che aveva lo zio morto qualche anno prima. Di più: non è simile, sembra proprio lo stesso. Possibile? E sempre in quella valle affogata ai piedi dell’Ortles, due fratelli hanno deciso di partire da Gamagoi per andare a vivere due anni in una malga qualche centinaio di metri più in alto, isolati da tutto e da tutti: è una lieta eredità che permetterà loro di pensare con più calma al senso della propria vita. Camminare in montagna aiuta a pensare, e nel silenzio di un paesaggio protagonista e padrone della scena, i due fratelli scoprono che le loro esistenze sono molto più simili di quanto potrebbe sembrare. Acrobazie e lavoro, paura e ostinazione: serve la solitudine della montagna per ritrovare un fratello...

I tre racconti di Thomas Bernhard presentati da Adelphi nella raccolta che prende nome da uno dei tre (Midland a Stilfs; Il mantello di loden; Sull’Ortles - Notizie da Gomagoi) sono tutti ambientati ai piedi delle Alpi, nelle valli incassate fra lo Stelvio, la val Venosta e i grandi massicci che dividono, ed allo stesso tempo uniscono in un unico mondo, l’Italia, la Svizzera e, un po’ più lontana, l’Austria: le storie attingono a quei silenzi, a quei paesaggi, a quell’aria trasparente che fende le vite lasciando tracce profonde. Si tratta di monologhi che rimbalzano da una un personaggio all’altro come un’eco che rompe il silenzio di solitudini impossibili: sono pensieri di personaggi che si specchiano, tornano e ritornano “fino al limite della follia”. I personaggi non interagiscono direttamente fra di loro perché i loro dialoghi sono scarni, vuoti e quasi insignificanti, sono di dettaglio: quello che contano sono i pensieri che si rincorrono esercitandosi in un mantra che leviga le convinzioni di chi li genera. Bernhard trova il modo di colmare la solitudine, con una prosa teatrale che si allinea per giustapposizioni, con una grammatica ridotta al minimo e spesso puntuta come le cime delle montagne: parole rubate al flusso di pensieri, riprese con ossessiva ripetitività per scarnirle e ridurle all’essenza. Come le pietre nei ghiacciai.