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Mille anni che sto qui

Marzo 1861.Nello stesso giorno in cui Roma viene designata capitale dell’Italia finalmente unita, a Grottole, un paesino vicino a Matera, la famiglia Falcone, diretta interessata, è l’ultima ad accorgersi di quello che sta accadendo, perché in quel momento sono tutti in altre faccende affaccendati. Nella stanza più alta della casa Concetta sta partorendo, di nuovo, per la settima volta, senza contare i quattro aborti spontanei ed i cinque provocati. Sei femmine sono nate e nessuno spera più che la Madonna concederà la grazia richiesta con tanta insistenza in tutti quegli anni. Don Francesco, che ormai ha perso ogni speranza, è partito per le sue terre alle prime luci dell’alba, lasciando la sua ex contadina a sbrigarsela da sola con le doglie. Concetta invece ci spera, perché don Francesco - che prima di portarla in casa per fargli da serva e da puttana era stato sposato con donna Nina, morta di parto insieme al figlio che portava in grembo - le ha promesso che la sposerà se gli darà un figlio maschio. Il dolore delle doglie è così forte e le grida così acute che le vibrazioni hanno fanno scoppiare tutte le giare del magazzino. E l’olio contenuto in esse è passato attraverso le feritoie e si è riversato lento lento dallo stretto del Saraceno, è scivolato sulle pietre lisciate dagli zoccoli dei muli e si è infilato tra vicoli e vicoletti, limpido sotto i raggi del sole, suscitando la curiosità dell’intero paese, che si è affrettato a raccogliere quanto più liquido possibile. Intanto la Madonna questa volta la grazia l’ha concessa davvero e quando don Francesco, imbufalito dopo essere stato informato che cinquanta quintali di olio sono andati persi per sempre, arriva in casa ed entra nella stanza da letto con il cappello calato sulla testa e la doppietta ad armacollo, Concetta scosta il lenzuolo e gli mostra il bambino non ancora fasciato: è maschio. Don Francesco stringe le labbra per trattenere il pianto, poi imbraccia la doppietta, si affaccia alla finestra e spara, colmo di felicità. Il matrimonio ora si farà e Concetta pensa che finalmente le sue sei figlie femmine non saranno più considerate delle bastarde…

Una storia raccontata senza pudori, un romanzo che richiama Natalia Ginzburg, Isabel Allende e Gabriel García Márquez, una saga familiare - tra poesia, realismo e magia - che abbraccia oltre un secolo di vita di un paesino della Lucania, dove il tempo ha una diversa velocità, dove “l’altitalia” e “la Merica” sono ugualmente lontane, dove le malattie si chiamano malocchio, dove si piange e si spara per la felicità se nasce un figlio maschio. Ma sono le femmine a raccontare la storia. E raccontano di amore e di amicizia, di vocazioni nate per sbaglio, di ragazze sfiorite in fretta ed invecchiate in ruoli sempre più stretti, di zie zitelle che amano le donne, ma trovano comunque un posto all’interno della famiglia, anche se nelle stanze in fondo all’abitazione; di figlie che scappano di casa con il prete del paese, portando con sé tutti i soldi della vendita del grano. Raccontano di nonne centenarie, che chiacchierano cucendo, circondate da altre vecchie sempre più vecchie; di nascite e morti considerate come parte della vita e pertanto accettate allo stesso modo, senza differenza alcuna; di dialoghi con il Padreterno, considerato un antipatico smidollato. Raccontano gli eventi insignificanti di una piccola realtà del Sud che si intrecciano con i fatti ben più noti della Storia; raccontano il passare del tempo, la modernità che avanza e la difficoltà a tenerne il passo. Raccontano le tentazioni di un mondo di promesse, vero specchio per le allodole, che però è estraneo; raccontano di radici perdute e di eredità del tempo che fu, che pesano come macigni; raccontano di un passato che scorre, a ritroso nel tempo, sulla stessa linea del futuro, come i disegni di quei centrini che all’inizio sono solo maglie sparse, archi e catenelle, ma a lavoro completato formano un disegno più grande, insignificante forse, ma testimonianza del tempo e dell’amore impiegati per concluderlo. E raccontano di coraggio, il coraggio che sta nel riuscire a riconciliare due mondi così apparentemente lontani nel tempo e distanti, per trovare una seppur fragile felicità, perché “solo quando torni indietro capisci che il tempo non è un cerchio, ma una spirale, e che lo sforzo che fai per abbracciare il passato ti proietta di nuovo con forza verso il futuro”.