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Mio fratello

Mio fratello

Un sorpasso e la mente corre presto al fratello Bernard, morto di setticemia da sedici mesi: una presenza costante anche adesso, a ribadire il legame forte e profondo tra i due. Da una di queste “improvvisate fraterne” nasce il desiderio di portare in scena il Bartleby di Melville, monologo ridotto e adattato con l’intento di spingere lo spettatore a leggerne la versione integrale originale. Bartleby è uomo “straordinariamente tranquillo” a servizio come scrivano da un procuratore legale, Giudice dell’alta corte di Equità. Un uomo fin troppo tranquillo, tanto da sorprendere il pubblico al primo (e non unico) rifiuto di svolgere un lavoro di controllo affidatogli: un disarmante “Preferirei di no” e il pubblico esplode in una fragorosa risata. L’impenetrabile scrivano pare si nutra solo di biscotti allo zenzero. Esattamente come Daniel si nutriva dell’umorismo di Bernard ed entrambi si nutrivano di parole: è Bernard, infatti, ad insegnare al fratello minore a parlare ed è sempre lui a fargli conoscere Bartleby. Il favore del pubblico ora è per il notaio e tutti si chiedono cosa accadrà. Il monologo procede e alcune scene della pièce riportano alla luce vecchi ricordi e la mancanza di ciò che non c’è più: “il piacere della sua compagnia, la profondità del suo silenzio, il distacco del suo humour, la delicatezza della sua attenzione, la sua serenità di giudizio, la sua intelligenza delle situazioni”...

Figlio e fratello preferito di quattro maschi, Bernard sente (ma non esprime) tutto il peso di questa predilezione. Ironico e divertente, nonostante la vita non gli abbia fatto sconti (un’operazione chirurgica dalla quale si è salvato per il rotto della cuffia, due figli adottivi e uno nato morto), Bernard si distacca ogni giorno un po’ di più dalla vita per una sorta di “lenta decomposizione affettiva”, di gelo nelle relazioni. Bartleby mostra una enigmatica caparbia determinazione che lo porta ad una fine assurda ed inaspettata, incomprensibile. Sebbene ci siano dei tratti comuni, Bernard e Bartleby non si sovrappongono nel racconto, ma si riflettono l’uno nell’altro, alleggeriti da uno stile ironico e veloce di un Pennac che scrive per non lasciarsi ammazzare dal dolore. Un racconto emozionante ed intenso, che alterna ed intreccia una dimensione intima e malinconica ad una ironica e frizzante, i ricordi di famiglia ed il racconto dell’esperienza teatrale (dal potere liberatorio) dell’autore sostenuta dal rapporto con il pubblico, il testo della riduzione a monologo del Bartleby lo scrivano (un classico certamente meno noto di Moby Dick) di Melville e le riflessioni sulle scelte tecniche operate dall’autore. Mio fratello si legge in un soffio ma resta dentro per un po’: profondo e leggero allo stesso tempo, rapisce per la scrittura vera e coinvolgente di un Pennac che non delude mai.