Mio fratello Carlo

Mio fratello Carlo

Quando ripensa al fratello Carlo, a Enrico viene sempre alla mente una frase. Sono in ufficio, a Roma, è il marzo del 2018, quattro mesi prima che Carlo se ne vada per colpa di quell’ospite importuno che ha deciso di mettere tutto a soqquadro con la malagrazia di un’esplosione. La frase è concisa, com’è conciso Carlo nel modo di parlare, pronunciata con la sua tipica grazia fascinosa, col suo timbro infallibile da regista abituato a correggere le intonazioni degli attori, una frase leggera ma al tempo stesso profonda, semplice ma densa di umanità, buttata lì con una sapienza drammaturgica di rara disinvoltura. Carlo è già molto malato. Lotta con lucida fatica e consapevolezza. Ogni mattina, con straordinaria forza interiore, va comunque in ufficio a lavorare, benché sia debole, dimagrito, con le sopracciglia e i capelli sempre meno folti imbiancati dalle cure immunologiche. Vuole testardamente terminare con Enrico la scrittura di Weekend a 5 stelle, il film che sogna di fare e che poi Marco Risi, il suo migliore amico, girerà con un titolo diverso, Natale a 5 stelle, instant movie sulla politica italiana prodotto da Lucky Red e distribuito da Netflix. Come spesso capita mentre si sceneggia un film, nel grande salone, nel bel mezzo della ricerca della battuta migliore, della svolta decisiva, della trovata giusta, cala improvviso il silenzio. Carlo si alza dalla sedia. A piccoli passi, fissandolo con un sorriso appena accennato, va verso Enrico, seduto dalla parte opposta del grande tavolo da lavoro comune. Lo raggiunge. Resta un attimo fermo. Con dolcezza e pudore, con leggerezza, con garbo, gli sfiora i capelli col palmo della mano, e gli regala la sua più bella battuta di sempre. La frase capitale del grande scrittore. Enrico vorrebbe scappare. Piangere. Nascondersi. Ma si fa in lui strada un sentimento diverso. Di pace. Perché, anche se ha ricevuto una fucilata al cuore, all’anima, un addio prematuro, detto con tenerezza, per rassicurare, ora guarda Carlo con riconoscenza. Carlo, che lo ha accarezzato e gli ha detto: “Stai tranquillo. Ho avuto una vita meravigliosa”…

Un fratello è il nostro doppio, ma anche la nostra metà. Un fratello è il primo paio d’occhi in cui ci vediamo riflessi, nel bene e nel male. Un fratello è il primo amico, il primo pari, il primo complice, il primo giudice, il primo rivale. Con un fratello è possibile non parlarsi eppure capirsi, di un fratello si sanno i pensieri spesso e volentieri prima ancora che lui stesso li abbia formulati, se gli succede qualcosa quel dolore si riverbera anche sulle nostre membra, si è legati da un filo impossibile a spezzarsi, tanto sottile che non si vede ma c’è ed è indispensabile, come l’aria, è uguale a noi, perché ha gli stessi genitori e una diversa combinazione del patrimonio genetico, e al tempo stesso, proprio per questo motivo, è differente. Un fratello c’è anche, se non soprattutto, quando manca. Perché magari lo si è sempre desiderato ma non lo si è mai potuto avere. Perché magari è venuto a mancare prima che noi si nascesse (Giorgio Ghiotti e Annie Ernaux, solo per fare due esempi, di recente, hanno scritto pagine di rara bellezza su questo tema), e allora inevitabilmente si passa tutta la vita a chiedersi se non si stia occupando il posto di qualcun altro, a domandarsi se esisteremmo comunque, anche se l’altro fosse sopravvissuto. Perché magari dopo una vita passata assieme se ne va prima di noi, e ci lascia soli, increduli, sbigottiti, senza più nessuno con cui poter parlare concretamente in quel modo. Figlio del geniale Steno (Totò cerca casa, Guardie e ladri, L’uomo, la bestia e la virtù, Un giorno in pretura, Un americano a Roma, Mio figlio Nerone, I due colonnelli, Piedone lo sbirro, Piedone a Hong Kong, Febbre da cavallo, Amori miei, Dio li fa poi li accoppia, Banana Joe…), Carlo Vanzina, regista cui si debbono, fra gli altri, Eccezzziunale…. veramente, Sotto il vestito niente, Yuppies, Via Montenapoleone, I miei primi 40 anni, La partita, Le finte bionde, Piccolo grande amore, Non si ruba a casa dei ladri, nonché produttore, sceneggiatore, uomo d’animo limpido, buono e dolce, umilissimo e di cultura enciclopedia, è scomparso l’anno scorso dopo una malattia scoperta non molto tempo prima. Vanzina ha immortalato attraverso la lente della commedia, che ha la stessa efficacia della tragedia ma, poiché è scevra di austera solennità, ha una maggiore immediatezza e universalità di linguaggio, che si esprime attraverso il vivido affresco di battute e situazioni che non a caso rimangono di culto (chi non ricorda, quasi come fosse un riflesso pavloviano, la meravigliosa Virna Lisi in Sapore di mare, o da dove finalmente ci si toglie, passate le feste, anche l’ultimo Natale, stando a quanto icasticamente pronunciato dalla stentorea voce dell’avvocato Covelli, ossia Riccardo Garrone? Chi non ha rivisto certe schermaglie familiari, per la politica, per la Roma, per qualche piccola malizia, per chissà cos’altro nel preciso ritratto fatto ne Il pranzo della domenica, matriarca la due volte Nastro d’argento Giovanna Ralli, adorabile Elide Catenacci nel C’eravamo tanto amati di Scola?), l’ipocrisia della nostra iniqua società di vacui arricchiti in modo ironico, delicato, lieve ma mai superficiale, profondo e intelligente, mai gratuitamente severo, sempre umano, indulgente e comprensivo, perché ognuno ha, anche ingenuamente, le sue miserie e manchevolezze. Ma soprattutto Vanzina ha lasciato solo il fratello di due anni più grande, Enrico, le cui sapide cronache sulle colonne de “Il Messaggero” sono sempre gustosissime e che ha già dimostrato con Una notte a Roma di avere un talento narrativo raffinato, dopo un sodalizio esistenziale e professionale esistito da sempre e per sempre. Senza l’ombra di retorica qui – splendida la citazione in esergo di Israel Zangwill: “Ci vogliono due uomini per fare un fratello”… – Enrico Vanzina riavvolge, è il caso di dirlo, la pellicola, prendendo per mano il lettore, declinando senza tristezza (“La morte non è niente”, dice il poeta, “sono solo scivolato nella stanza accanto”) ma con tenerezza - perché, come ha ricordato Renato Carpentieri nel suo discorso di ringraziamento per la meritata vittoria del David da protagonista per il film di Gianni Amelio La tenerezza, appunto, si tratta di un sentimento migliore della cortesia, perché non ha doppiezze - attraverso la peculiare connotazione del loro specifico rapporto l’universale sbigottimento dell’uomo di fronte a una notizia che rompe un equilibrio che non potrà mai più essere ricomposto, costringendo a porsi domande su come affrontare il tempo che passa e quello che resta, il dolore, il lutto, la perdita.



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