Mio Signore

Mio Signore

Frattamaggiore è un paesino squallido, abitato da gente impicciona e cattiva, di una cattiveria angusta e feroce. Nel bar passano tutti i maschi bislacchi della zona: vanno a giocare a carte e a bere il vino cattivo che vende Maddalena, procace e volgare donna in cerca di un marito o meglio di un pollo da spennare. Maria fa la serva in quel locale puzzolente e mal frequentato e subisce le angherie della padrona, sempre in silenzio. La sua è stata un’esistenza grama e sofferente, conosce il dolore e l’amore di Dio. Una mattina si sveglia e ha una certezza: Andrea, il più sgangherato degli uomini, balbuziente, povero e malversato uomo del paese è il Dio incarnato. Non può essere che così. Si è infilato nell’uomo più misero e ne ha vestito appieno la sofferenza, l’umiliazione. Andrea rappresenta il peggio dell’umanità e nessuno riesce a riconoscere in lui il Signore. Solo Maria lo vede e sa chi è. Lo ama di un amore puro e senza limiti e gli restituisce la sua dignità di Dio che tanto ha amato gli uomini fino ad essere uno di loro, il peggiore...

Irriverente caustico crudo ferreo nella sua logica che ti costringe a pensare. Di un’ironia forte, sprezzante e senza mezze misure che rende ancora più pesante il giudizio sugli umani, ma anche sul loro Creatore. Dal giudizio però scaturisce un senso di pietà per la tanto misera condizione umana che stride con il candore dell’amore puro e incondizionato che non si ferma davanti a qualunque bassezza, ma grazie a essa avviene il trionfo del divino che si incarna nella sua creatura più penosa e ributtante. Maria è la forza della capacità di avere fede e di andare oltre ciò che appare. Scappata alla morale più gretta di cui si è velato il cristianesimo non vacilla davanti alle prove e si fa dono per il più umile e bistrattato, perché in lui vede la potenza del Dio incarnato. Lo riconosce e lo adora amando la sua bruttezza fisica e morale, ripulendolo dai duroni del cuore. Vedere Dio incarnato e adorarlo la rende bella. I personaggi sono delineati con una capacità descrittiva che dà loro lo spessore di un 3 D, come solo una grande sceneggiatrice sa fare, e te li fa amare o odiare senza mezze misure. L’uso del dialetto è indispensabile come in un film di Pasolini. La scrittura è veloce, frizzante, asservita alla narrazione, dipinge situazioni, ambienti, personaggi ed eventi facendoli saltare fuori dalle pagine. Anche se gli ambienti sono angusti diventano così reali da non desiderare di sapere altro. Angusti gli ambienti, angusta l’esperienza, angusto il paese nella sua cattiveria senza limiti e bella e ordinata la casa di Maria, dell’amore sacrificio e dono. La fine della storia ti racconta una verità sull’animo umano, svela qual è la vera infelicità per l’essere umano, l’unico vero crudele scherzo del suo Creatore. Un romanzo arguto e commovente pur nella sua durezza e scritto così bene che appena finito lo vuoi rileggere.



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