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Mishima - Martire della Bellezza

“Un giorno decisi di incominciare a coltivare alacremente il mio orto. Usai sole e acciaio”. Nel cinquantesimo anniversario della morte dello scrittore e intellettuale giapponese Yukio Mishima - l’autore nipponico più tradotto (e probabilmente più celebre) della storia, vicino al premio Nobel per la Letteratura soprattutto nel 1968 ma anche altre due volte - il giornalista e comunicatore Alex Pietrogiacomi cura una selezione di citazioni e aforismi, “un piccolo e prezioso manuale per guerrieri, poeti e sognatori, per uomini e donne indomiti che non vogliono avere risposte ma ispirazioni”. Ma anche l’occasione per conoscere meglio il pensiero e la mistica di uno scrittore ancora non letto quanto meriterebbe nel nostro Paese, malgrado l’imponente bibliografia e una sterminata pubblicistica sulla sua scrittura e la sua vita. Dalle sue parole traspare una ricerca febbrile, esasperata della Bellezza: come un samurai, come un kamikaze, come un martire – ecco spiegato il titolo del volume di Pietrogiacomi – Mishima ha consacrato se stesso, fino alle estreme conseguenze, alla coerenza e alla disciplina della Bellezza, fino a scrivere, in un paradosso solo apparente: “La bellezza, le cose belle, sono ormai i miei mortali nemici”. Del volume esiste un'edizione speciale cartonata, disponibile in soli 200 esemplari, che può essere acquistata solo online

Il 25 novembre 1970, presso il Quartier Generale di gruppo dell’Esercito Orientale giapponese, a Tokyo, lo scrittore e attivista politico Yukio Mishima – al secolo Kimitake Hiraoka – al culmine di uno spettacolare colpo di mano durante il quale con l’aiuto di quattro fedelissimi della Tate no Kai, la Società dello Scudo, la formazione paramilitare che egli stesso ha fondato, ha preso in ostaggio il generale Kanetoshi Mashita, si prepara al suicidio rituale, il seppuku. Deluso dalla reazione dei soldati della caserma al vibrante discorso patriottico che ha appena pronunciato dal balcone, si denuda e si inginocchia con il viso rivolto al palazzo imperiale. Incurante delle parole del generale Mashita, che tenta di dissuaderlo dal gesto estremo, Mishima controlla che il suo luogotenente Masakatsu Morita sia pronto a decapitarlo con la spada in caso lo sventramento non sia sufficiente. Prima di conficcare la spada nelle sue viscere grida “Tennō heika, banzai!”, cioè “Lunga vita all’Imperatore!”: il giorno prima si è premurato di consegnare al suo editore il manoscritto de Il mare della fertilità, con pignoleria tutta giapponese. Raccoglie il coltello rituale, se lo conficca in un fianco e lentamente muove la lama da sinistra a destra e poi in alto, aprendosi l’addome. Piegato su se stesso, fa cenno a Morita, che goffamente per tre volte ferisce lo scrittore causandogli una terribile agonia invece di dargli come previsto il colpo di grazia. Un altro membro della Tate no Kai, Vecchio Koga, gli strappa la spada di mano e con un colpo secco decapita Mishima. Morita, umiliato, si inginocchia anche lui e tenta di fare seppuku come il suo maestro, ma invano. È ancora Vecchio Koga a intervenire e a mozzargli la testa. Finisce in questo modo drammatico l’esistenza di un grandissimo poeta, scrittore e drammaturgo, ma soprattutto di un uomo che ha vissuto al servizio della bellezza, o meglio all’insegna della purezza del suo ideale di bellezza, da perseguire a ogni costo. Avrebbe potuto sopravvivere Mishima alla vista del Giappone del boom economico, della Borsa e dei chip elettronici, delle scimmiottature degli Usa e dei Tamagotchi? Probabilmente no. Ma Mishima non è una patetica figura di retroguardia, e ridurlo ad un reazionario ottuso e allergico al cambiamento sarebbe un’operazione indegna e molto lontana dalla realtà. Decadente, ambiguo, ribelle, narciso, votato all’autodistruzione, sublime, talentuoso, coraggioso, Mishima ha reso carne e sangue, vita e morte i suoi ideali e le sue contraddizioni.