Molto a sud di Stoccolma

Molto a sud di Stoccolma

Una stanza bianca, senza finestre. Un letto che sarebbe più giusto chiamarlo giaciglio, una scatola di cartone che funge da comodino e un televisore a parete. In bagno, niente wc classico ma uno alla turca, una doccia priva di tende o divisorio e un lavandino con poggiato uno spazzolino in legno. Poco sopra, al posto dello specchio, un foglio di stagnola per riflettere una figura non definita. È questo lo spoglio ambiente che da qualche tempo – ore? giorni? settimane? – è diventata la sua nuova casa. Nulla che rompa la monotonia delle giornate: a scandire il tempo, l’accensione e lo spegnimento dell’unica luce nella stanza (una plafoniera posta in alto) e l’apertura – a orari più o meno regolari – degli sportelli presenti in quella grande e grossa porta nera che le blocca l’unica via di uscita. Da quelle piccole finestrelle passano pranzi e note. Quest’ultime non hanno un orario preciso di consegna, arrivano anche più volte al giorno e talvolta accompagnate da libri. Il suo compito non è solo quelle di leggerle, ma anche – e soprattutto – di rispondere. Un modo escogitato per creare tra di loro un rapporto e nel frattempo tenerla aggiornata su cosa succede fuori da quella stanza. Argomento non sono gli eventi del mondo ma i progressi fatti nella sua ricerca, lo stato d’animo dei suoi genitori e amici e forse anche quello di darle una motivazione al suo rapimento...

Rabbia, frustrazione e senso di claustrofobia. Sono queste le sensazioni date da Molto a sud di Stoccolma, riuscito esordio letterario di Alessio Schiavo. Il fulcro della narrazione – come lascia intendere il titolo, che allude alla sindrome di Stoccolma – è nel rapporto tra carnefice e la sua vittima, ma non come si potrebbe immaginare. Una adolescente si sveglia in una stanza, senza alcun ricordo di cosa sia successo prima. Una stanza asettica, sbarrata da una porta nera. A renderla partecipe della sua nuova condizione, note scritte dal suo carnefice dal quale “non subirà alcun male. Al di là di una temporanea limitazione della libertà”. Ma tra i due non si instaura nessun rapporto di dipendenza, tantomeno di sottomissione – come invece spererebbe il rapitore; piuttosto il loro rapporto evolve rapidamente in una spirale di lotta e aggressività per sopraffare l’altro. Una storia sui generis, e non solo per la scelta di omettere qualsiasi nome e dialogo; unico il punto di vista è quello del sequestratore: ogni richiesta, ordine o semplice raccomandazione la vittima – e dunque il lettore – le conosce grazie a quelle righe che vengono fatte passare attraverso la porta che preclude l’unica via di uscita. “L’idea è nata dalla cronaca [...] mi sono chiesto: è possibile che devono accadere [i rapimenti, ndr] solo per lo stesso motivo? È possibile che magari possano avere un altro motivo, magari anche edificante nella mente di chi li mette in atto?”. Un rapimento giustificato per “valorizzare la bellezza interiore, l’anima e la mente e renderti capace, una volta tornata alla società, di proteggerti da sola”. Una scrittura complessa ma mai complicata, in grado di trasmettere il disagio e che porta con sé quesiti, come quello di chiedersi fino a dove sia lecito spingersi per portare avanti un obiettivo. Anche se perpetrato “a fin di bene”.



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