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Morte di un ragazzo italiano

Morte di un ragazzo italiano

Un pomeriggio del 2015. Il 23 aprile, per la precisione. La radio sta trasmettendo un notiziario. Dopo qualche notizia di poco conto, lo speaker racconta, senza neanche troppa enfasi nella voce, che il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ha annunciato la morte di un italiano. Per la precisione di un cooperante che risponde al nome di Giovanni Lo Porto. Il giovane, nel corso di un’operazione antiterrorismo che aveva lo scopo di eliminare alcuni pericolosi capi di al-Qaeda sul confine tra Pakistan e Afghanistan, è rimasto ucciso assieme a un altro ostaggio americano. Il presidente ha quindi manifestato il suo rincrescimento per “questo effetto collaterale di cui si è assunto la piena responsabilità”. Un effetto collaterale, niente di più. Giovanni Lo Porto è stato ucciso quindi non dai suoi sequestratori, ma da coloro che dovevano liberarlo. Una morte scomoda quindi, destinata al silenzio immediato e all’oblio postumo e perpetuo. Nessuna dichiarazione del governo italiano in proposito, nessuna commemorazione per questa vittima del terrorismo. Neppure un tweet di cordoglio. Nulla. Perché le morti non sono tutte uguali. Soprattutto se alcune di esse sono scomode o non è possibile sfruttarle a dovere per secondi fini…

Domenico Quirico è una delle grandi firme de “La Stampa”. È il responsabile degli esteri e il corrispondente da Parigi. È uno dei massimi esperti in Italia delle vicende africane e mediorientali dell’ultimo ventennio, avendo raccontato con precisione e competenza paesi come la Somalia, il Congo, il Ruanda o gli accadimenti legati alla cosiddetta primavera araba. Per il suo lavoro ha vinto premi prestigiosi come il Cutuli, il Premiolino e il Premio Indro Montanelli. Ha pubblicato da saggi storici come Adua fino a resoconti di cronaca internazionale come Primavera araba del 2011. In questo volume Quirico riporta alla luce un fatto volutamente silenziato, in egual misura dalla politica quanto dalla stampa: la morte di Giovanni Lo Porto. Giovanni, nel 2012, si trovava a Multan, nella provincia del Punjab, in Pakistan, a capo di un progetto della ONG tedesca Welt Hunger Hilfe, quando è stato rapito da alcuni miliziani assieme al collega tedesco Bernd Muehlenbeck. Un giovane brillante che aveva studiato a Londra, si era specializzato in Giappone e aveva operato in situazioni critiche, dalla Repubblica Centro Africana ad Haiti. Che tre anni dopo è rimasto vittima di un’operazione militare nell’indifferenza generale. Quirico ricostruisce la vicenda con una cura minuziosa e implacabile, lasciando trasparire anche la sua rabbia per l’accaduto e la sua amarezza per ciò che è accaduto in seguito alla morte di Giovanni. Una vicenda archiviata troppo frettolosamente dalla giustizia italiana nel 2017 “per assenza di collaborazione da parte delle autorità americane”. Una verità scomoda che quasi nessuno ha voluto raccontare.