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Morte improvvisa

Morte improvvisa

Il tennis, insieme alla scherma, è stato il primo sport a richiedere un tipo particolare di calzatura, quella che ancora oggi porta il nome dello sport medesimo. Il termine comparve per la prima volta nel 1451, nel testo di un editto inglese che ne condannava il gioco, molto diffuso tra i monaci novizi. C’era un qualcosa di manicheo nelle partite, in quella polarizzazione così netta tra i due avversari: uno difende e l’altro attacca, poi si invertono i ruoli. Una metafora in piena regola della battaglia tra bene e male, che come ogni battaglia richiede forza, molta astuzia e la propensione ad annientare l’avversario, a ogni costo. Ne era appassionato Jean Rombaud, l’uomo che decapitò Anna Bolena. Lo sport si diffuse anche in Italia con il nome di pallacorda, e uno dei giocatori più assidui fu il pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio. Fu proprio in un campo da tennis che si guadagnò l’esilio, dopo aver trapassato un avversario con una spada: la via in cui avvenne il fatto si chiama ancora oggi “via della Pallacorda”. Quando non dipingeva, giocava. I modelli dei suoi quadri venivano talvolta a fare il tifo, ad arruffianarselo. Tra i suoi avversari più temibili, il poeta spagnolo Francisco de Quevedo, contro cui giocò con una palla ricavata da una delle trecce di Bolena...

La cultura scolastica ci impone di studiare i personaggi storici secondo definizioni univoche. Caravaggio: pittore; Carlo Magno: imperatore; Manzoni: scrittore, e così via. Ognuno di loro ha però vissuto una vita molto più completa di quella che i libri ci hanno restituito. È confortante perciò che scrittori come Alvaro Enrigue si impegnino a far emergere quei lati nascosti. Caravaggio amava il tennis quasi quanto la pittura, e il gioco del tennis (o pallacorda che dir si voglia) si è evoluto nella storia al pari degli imperi, le guerre, gli intrighi di corte che già conosciamo. Anche i generi letterari, tendiamo a identificarli univocamente: sei un romanzo o un saggio o un memoir e via discorrendo. Morte improvvisa è un po’ tutti e tre: mette insieme elementi di finzione e una precisa ricostruzione storica sia del tennis in quanto tale, sia dei contesti storici e politici entro cui si è affermato. C’è poi una sottile metafora che paragona questo sport, e la determinazione e implacabilità di chi lo gioca, all’esercizio del potere e all’imperialismo. Infine, l’autore entra spesso a gamba tesa con elementi autobiografici, raccontati in prima persona. A partire dai ricordi delle sue scarpe da tennis e di quelle di suo figlio adolescente.