Morto che cammina

Morto che cammina

Mark Renton si sente una merda nel suo volo economy, i pantaloni troppo stretti perché non trova mai la sua taglia precisa (il 33, perché il 34 gli sta largo e il 32 che porta ora lo stritola), in più è seduto tra un trippone e uno in pieno post sbornia, è teso e sente un rivolo di sudore camminargli sulla schiena. Da qualche tempo si è reinventato manager di dj, passa le sue giornate su voli fra le due sponde dell’oceano e le notti in stanze d’hotel nelle quali smaltisce il jet-lag. Butta giù un altro Ambien sperando di sciogliere i nervi, sfoglia DJ Mag, ripensa alla bianca che si è pippato la sera prima al concerto di Dublino, alla discussione con Emily sul volo per Heathrow, alla coincidenza per Los Angeles. Nel frattempo un millisecondo di silenzio gli fa notare che c’è un tizio in piedi nel corridoio, accanto a lui. Non è possibile. È Franco. È Jim Francis, meglio noto come Begbie, il suo vecchio amico che ha fregato molti anni prima. Ha sentito in giro che ora è un artista famoso e vive in America con la moglie e due bambine. Pare che gli sorrida. Forse è davvero cambiato, di certo è ora di smetterla di scappare… Sick Boy, ovvero Simon David Williamson, sta per passare il Natale in famiglia dalla sorella Carlotta. Rivedrà nipoti e parenti acquisiti, compreso quel pallemosce di suo genero Euan McCorkindale. Questi è un presbiteriano che sta compiendo mezzo secolo, e il fatto che accada il giorno della vigilia lo rende automaticamente uno sfigato negletto e soggetto alle dimenticanze di tutti. Euan apprezza molto il calore italiano di Carlotta e della sua famiglia, che gli consente di scordare l’austerità e la rigidità con le quali è stato allevato. Gli ci vorrebbe la giusta compagnia per ricordare quel compleanno, gli ci vorrebbe un regalo coi fiocchi a lui che si è annullato per tutta la vita rispettando il triste dogma della fedeltà coniugale. Questi sono i pensieri di Sick Boy, che da pappone si è evoluto in impresario di lusso fondando la Colleagues, un’agenzia che offre passere raffinate, attraenti ma che quasi sempre hanno anche una laurea o un MBA, perché è quello che la clientela vuole. Ci pensa Simon David Williamson, a Euan servirebbe una delle sue ragazze, anche se questo vorrebbe dire indurlo a tradire sua sorella… Spud è ancora il vecchio tossico di un tempo, chiede l’elemosina stravaccato sui marciapiedi in compagnia di un cane pulcioso di nome Toto. Se Rent ha fottuto Sick Boy portandogli via la sua parte di cash in quell’affare di anni prima, a lui lo ha fottuto dandogli quanto gli spettava, perché con quella grana si è fiondato di nuovo sull’eroina. Gli si para davanti una vecchia conoscenza, quel tipo losco di Mikey Forrester che ha un affare per le mani in società con Victor Syme, gli serve gente fidata per condurlo in porto: si tratta di prelevare un rene sigillato e sterile a Istanbul e portarlo a Berlino. Spud non è convinto, la questione gli sembra piuttosto macabra e ai limiti dell’illegale, ma si lascia convincere dal corposo compenso che gli spetterà… Begbie ci tiene a dimostrare di essere un uomo completamente diverso. Innanzitutto chiede ai suoi vecchi amici di non chiamarlo “Begbie”, né tantomeno “Beggar Boy”, si chiama Jim Francis ed è un artista di fama internazionale. Proprio in virtù della rinnovata amicizia, invita i suoi tre compari a farsi fare un calco delle loro teste per creare un’installazione in grado di rinsaldare il loro legame. Ma sarà vero? Non sarà un tranello per riuscire a fotterli davvero una volta che avranno abbassato la guardia? Sospettosi e guardinghi, i tre non riescono a dire di no…

Anche se sono cambiati radicalmente sono sempre loro, i quattro ragazzi di Leith ormai sulla cinquantina. C’è chi è maturato e si è riciclato in attività soddisfacenti, chi sembra un’altra persona e chi in fondo è rimasto ancorato al marciume della sua giovinezza. Morto che cammina (Dead Men’s Trousers in lingua originale, riferimento al trafugamento dei pantaloni del fratello di Renton, morto da volontario nell’esercito britannico) si raccorda alla trilogia Skagboys-Trainspotting-Porno, ormai sedimentatasi nell’immaginario collettivo dei fan dello scrittore scozzese, ed è ambientato dopo L’artista del coltello, penultimo lavoro di Welsh che costituiva una sorta di spin-off monografico sul personaggio di Begbie. Trovate narrative paradossali, svolte improvvise che spesso prendono il via in maniera del tutto inattesa, linguaggio caustico e funky, costantemente rimodulato per essere al passo coi tempi, il ritorno di personaggi che erano già stati al centro di opere precedenti (Carl Ewart in Colla, Gas Terry in Porno e Godetevi la corsa). La lettura è spassosa anche per chi non abbia dimestichezza col lessico welshiano, che Massimo Bocchiola rende come sempre in maniera magnifica anche nella versione italiana. Potrebbe trattarsi del capitolo conclusivo della saga, l’ennesimo romanzo corale che chiude il cerchio dell’universo narrativo complesso e interconnesso, creato e nutrito in quasi trent’anni di carriera, anche se potenzialmente le vicende grottesche di Renton e soci potrebbero continuare all’infinito, condite di invettive contro il neoliberismo selvaggio e caratterizzate da un plastico adattarsi a nuove droghe create di recente (i social e i like, che hanno soppiantato in maniera definitiva l’ero e la roba chimica di qualche anno fa). In tal senso sono particolarmente gustosi i monologhi e i flussi di coscienza di Sick Boy, che paragona Tinder e le app di incontri a “una perfetta sintesi del meglio assoluto del libero mercato e del socialismo”, oppure “Marx sbagliava pensando che il capitalismo sarebbe stato sostituito da una democrazia del proletariato ricca e istruita; viene sostituito da una repubblica della tromba, impoverita e tecnologica”.



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