Narrative in fuga

Narrative in fuga

Bartleby lo scrivano è “una figura senza nessuna possibile salvezza, figura di ciò che non può essere salvato. Ma si può anche pensare che sia la figura di chi non ha nessuna voglia di farsi salvare, come se la salvezza che gli altri propongono fosse tanto irrimediabile quanto la desolazione a cui si va incontro”. A raccontare la sua storia, nell’opera di Melville, è un avvocato di Wall Street, per il quale questo strano personaggio lavora. La narrazione si dipana, in realtà, senza “nessuna tragedia vera e propria, nessun fatto avventuroso, soltanto il fruscìo del divenire entro gli stretti limiti del suo luogo d’apparizione. E in questo racconto tutto parla di limiti, di atti minimi”... Tradurre Jack London non è assolutamente una cosa da poco, men che meno quando si tratta forse del suo capolavoro, The Call of the Wild ovvero Il richiamo della foresta. Il fatto è che in apparenza quella di London sembra una lingua semplice ma è nella sua semplicità che nasconde un tratto epico, da fiaba, che è complicato da trasporre in un altro idioma. “Allora il problema del traduttore sarà come restituire alla lingua quel modo di passare attraverso gli eventi, quel respiro largo, ma scandito in frasi semplici. Di certo non si tratta di produrre una traduzione che corrisponda ‘oggettivamente’ all’originale. Non c’è nessuna presa sicura su un testo da tradurre. Ma c’è forse un modo per avvicinarsi all’estro linguistico da cui nasce un libro, andando dietro alle sue parole con la foga di sottrarlo a ogni lettura puramente informativa; per restituirgli un’arbitrarietà che aveva in partenza, come cosa singola, singolare”... Stendhal scrisse La Certosa di Parma in cinquantadue giorni. Il risultato di un “estro estemporaneo”, di un flusso di idee che l’autore ha concitatamente trasposto in narrazione. Gli effetti di questa rapidità di stesura si intuiscono dal linguaggio utilizzato, da alcune particolari espressioni. “Stendhal mirava a un’energia senza dispersioni, per lasciarsi indietro il peso delle parole e prendere tutto in velocità. E, traducendo la Certosa, ho capito che bisogna poter prendere le sue frasi in velocità, perché tutte le impressioni dipendono dalla velocità di percezione, da una lettura emozionata che porta a sentire le frasi come una corsa senza intralci in un paesaggio avventuroso”...

Gianni Celati non è solo uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano – suoi, tra gli altri, i romanzi Le avventure di Guizzardi e Lunario del Paradiso, le raccolte di racconti Narratori delle pianure, finalista al premio Grinzane Cavour nel 1986 e Selve d’Amore, che nel 2014 si piazza terza al premio Chiara. È stato anche un grande critico e studioso della letteratura europea, traducendo grandi nomi come James Joyce, Mark Twain, Joseph Conrad, Jack London, Louis-Ferdinand Céline, Roland Barthes. In queste Narrative in fuga, curate da Jean Talon, sono raccolti alcuni dei suoi scritti, spesso pubblicati come introduzioni o postfazioni ai volumi di cui trattano, divisi in americani, francesi e irlandesi a seconda della nazionalità degli autori affrontati. Si comincia con Melville e il racconto Bartleby lo scrivano la cui diffusione in Italia si deve proprio a Celati, si finisce con Joyce e una riflessione sulla traduzione di quell’opera mastodontica e complessa che è l’Ulisse, un’impresa che lo stesso Celati ammette di aver accettato dopo ben cinque anni, “con il sentimento di chi si butta in un mare tempestoso senza certezza di potere stare a galla” e che esce per Einaudi nel 2013. Sono riflessioni accurate sul linguaggio e la scrittura, utili a comprendere fino in fondo la statura del personaggio poliedrico che è Gianni Celati nel panorama letterario nostrano. Celati intreccia legami tra vissuto e opera letteraria degli autori che affronta, ne racconta i tratti biografici che più li caratterizzano facendone emergere l’influenza nella scrittura. Tratteggia dei ritratti memorabili degli autori che ha amato, tradotto e divulgato. L’isola-Céline di questo è forse l’esempio più calzante: Celati dell’autore francese approfondisce quelli che sono gli aspetti più controversi forse della sua biografia, il sostegno al nazismo e all’antisemitismo, la clandestinità e poi le prigioni danesi. Così come memorabile è il ritratto-omaggio che fa di Flann O’Brien, pseudonimo di Brien O’Nolan. “Tra le cose straordinarie che trovo in Flann O’Brien c’è un suggerimento che mi sembra di poter ricavare dai suoi primi tre libri ed è questo: che l’ascolto di una tradizione e l’ascolto di una forma di pazzia siano la stessa cosa”, scrive Celati. Narrative in fuga è un volume prezioso, per viaggiare con la mente e conoscere meglio pilastri della letteratura grazie al lavoro e allo studio di un grande maestro.



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