Negretta

Marilena Gallitelli, madre rwandese e padre ex missionario bergamasco, nasce a Bergamo, città che la accoglie da subito con un rifiuto: al comune infatti non permettono al padre di registrare il suo secondo nome rwandese, ritenendolo un nome ridicolo. Quando i genitori litigano, Marilena dà sempre ragione al padre, “quello bianco, l’italiano. E perciò, l’intelligente”. Odia la mamma che le ha passato quel colore, ogni giorno i compagni di classe, i cori sul pulmino della scuola – “Negretta!” –, i poster della Lega, i parenti – “Io i nighèr li voglio fuori casa mia!” –, la porta con su scritto “immigrati merda” le ricordano che è diversa, indesiderata. E ancora il vassoio di biscotti speciali con miele e noccioline preparati con cura dalla mamma da portare alla festa della scuola torna a casa intoccato; la maestra che si ostina a spiegare a Marilena le differenze tra l’italiano e l’africano; niente soldi per gli assorbenti, sangue sui vestiti e dolori lancinanti – ma quelli si possono sopportare, dopo che due genocidi hanno sterminato la tua famiglia –, la mamma che si mette a pulire case, disposta a “sfregare il pavimento di estranei razzisti” per impedire alla figlia di subire la stessa umiliazione. Chantal ripete sempre alla figlia a suon di battipanni sulla schiena che loro contano meno dei bianchi, che partono svantaggiate, che è necessario rimboccarsi le maniche e non buttare l’educazione nel cesso, che lei da piccola faceva ogni giorno dieci chilometri a piedi per raggiungere la scuola più vicina e per di più con una gamba zoppa. E poi la necessità di domare i ricci afro, di far assomigliare Marilena alla sua bambola, “caucasica e dalla chioma perfeta”: via di sapone sbiancante per strofinare la pelle e creme per lisciare i capelli…

Marilena Delli Umuhoza, autrice italo-rwandese, regista, fotografa e produttrice musicale – ha lavorato a numerosi album di artisti di strada provenienti da paesi poco rappresentati come Rwanda, Malawi, Vietnam – racconta attraverso Negretta la sua esperienza di “nata, cresciuta e insultata in italiano”, già in parte affrontata nel 2016 con il suo primo libro, il memoir Razzismo all’italiana. Un racconto coinvolgente e significativo che attinge dal suo personale vissuto: quel “negretta” che al libro dà il titolo è difatti l’appellativo che l’autrice si è sentita rivolgere sin da piccolissima. Così è anche per la protagonista del romanzo, un’altra, speculare Marilena, come la Delli cresciuta in una Bergamo verde-lega degli anni ‘80 e ‘90. Negretta è la storia di formazione di un’identità resiliente e coraggiosa, plasmata da episodi di razzismo, ignoranza e discriminazione che si innestano su difficoltà familiari ed economiche e che si moltiplicano – è il caso della madre della protagonista: discriminata prima in Rwanda poiché tutsi, sopravvissuta a due genocidi, utilizzata dai coloni belgi come cavia (il che le farà contrarre la poliomielite, causandole una zoppia permanente); discriminata nuovamente in Italia, paese che nonostante tutto ama fortemente, perché straniera e donna. Una prosa scorrevole, immediata, avvincente trascina i brevissimi capitoli tra pillole di razzismo quotidiano ed episodi che colpiscono come un pugno allo stomaco, toccando le corde dell’emotività senza mai indulgere nel patetismo, anzi destreggiandosi con una buona dose di ironia tra saponi sbiancanti e sostanze per lisciare i capelli, umiliazioni e piccole battaglie quotidiane, singolari amicizie – appassionata e tenera è quella che nasce, nel libro, tra Caffè e Latte, l’una additata perché troppo nera, l’altra perché, paradossalmente, troppo bianca –, desiderio di rispetto e necessità di rimboccarsi le maniche “dieci volte più degli altri” per ottenerne. Negretta è un libro che si legge davvero tutto d’un fiato, è la toccante e preziosa testimonianza di chi ha vissuto sulla propria pelle la subdola brutalità di un razzismo istituzionale, sistemico, che si nasconde anche in piccoli atti quotidiani e che, come si legge nella postfazione al libro affidata alla designer di moda italo-haitiana Stella Jean, “profuma di buono, ha i denti bianchi e l’abito della domenica, innocente ma mai innocuo”. Se uno degli scopi dell’autrice attraverso la scrittura del romanzo, come lei stessa ha raccontato in un’intervista concessa a Mangialibri, era quello di dare voce alle molte storie inascoltate e non rappresentate e riportare l’attenzione su un problema che esiste e prospera – e non solo nelle roccheforti leghiste –, allora l’obiettivo può dirsi pienamente raggiunto: Negretta è la voce di molti, una storia da cui può e deve nascere una fondamentale presa di coscienza sulla nuova multiculturalità italiana e, soprattutto, sulla necessità di un vero cambiamento.

LEGGI L’INTERVISTA A MARILENA DELLI UMUHOZA



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