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Nel castello di Fardaqan

Nelle brulle e desolate regioni della Persia settentrionale sorge da tempo immemore il castello di Fardaqan. Isolato e lontano da ogni cosa, arroccato sul ciglio di un burrone circondato da alte e impassibili mura, se ne sta immobile come “una vecchia senza più figli, accovacciata in silenzio”. Il sole sta tramontando all’orizzonte, rendendo il profilo del castello ancor più oscuro e inquietante e il freddo inizia a farsi insopportabile. Seduto sul suo imponente scranno, il comandante del castello Mansur al-Muzdawaj tiene gli occhi fissi sulla stretta strada che porta alla fortezza. È in attesa di un nuovo prigioniero e stavolta non si tratta di un prigioniero qualsiasi: sta per giungere a Fardaqan un uomo eccezionale, un famoso sapiente, nientemeno che il grande filosofo e medico dei principi Avicenna. Il principe Sama’ al-Daula e il suo generale Taj al-Mulk ne hanno ordinato l’arresto ad Hamadhan tre giorni prima e hanno fornito precise indicazioni ad al-Muzdawaj, ordinandogli di omaggiare il prigioniero. Il capitano è tuttavia preoccupato per la crescente tensione politica: lo scontro tra Sama’ al-Daula e il governatore di Isfahan, il principe Ibn al-Kakwayh, pare infatti imminente, e c’è il rischio che l’arresto di Avicenna possa scatenare ripercussioni, dato il legame di quest’ultimo con il principe al-Kakwayh. Verso la mezzanotte l’urlo di una guardia annuncia l’arrivo delle truppe di Hamadhan. Al-Muzdawaj e i suoi uomini si preparano ad accogliere l’illustre prigioniero. Sette guardie a cavallo entrano nella corte anteriore. Fra di loro c’è Avicenna. Monta una mula macilenta, ha il capo scoperto, i piedi e le mani cinti da catene, lo sguardo avvilito. Inizia così la prigionia a Fardaqan del Grande Maestro, che al-Mudzawaj non tarda a rincuorare. Sa bene chi è, gli saranno riservati grandi favori e avrà tutto il necessario: inchiostro e pregiata carta di Samarcanda per scrivere le sue opere, tranquillità e cibo in abbondanza. In cambio, il rinomato autore de La guarigione nella sapienza e nella teologia si occuperà di curare i soldati del castello...

Youssef Ziedan, egiziano, specializzato in studi arabi e direttore del Centro dei Manoscritti e del Museo della Biblioteca d’Alessandria, prolifico scrittore di saggi e già autore di diversi romanzi (proposti in Italia da Neri Pozza) ricostruisce il periodo di prigionia di Abū ῾Alī Ibn Sīnā, il cui nome nella sua versione latinizzata è a tutti ben noto, nella fortezza di Fardaqan, nel nord della Persia (l’attuale Iran). Filosofo e scienziato, considerato il padre della medicina moderna, Avicenna visse a cavallo del X secolo – nato nel 980, morirà, avvelenato dai suoi stessi servi, nel 1037. Scrisse di logica, matematica, metafisica, filosofia, teologia e medicina, lasciando alla posterità un monumentale corpus di più di un centinaio di opere. La sua permanenza a Fardaqan durò complessivamente centoquindici giorni: è da tale confino “privilegiato” che Ziedan parte per dare corpo alle informazioni pervenuteci sulla vita del Grande Maestro. Conosciamo così, attraverso numerosi flashback, il brillante studente Avicenna e la sua insaziabile sete di conoscenza, le turbolente esperienze amorose della gioventù, i grandi successi in campo medico che lo porteranno a ricoprire le più alte cariche nelle corti dei principi dell’epoca. Un percorso che sarà anche la sua rovina e segnerà una continua, dolorosa frattura tra il desiderio di conoscenza e la volontà di vivere secondo ragione e libero dalle ideologie (“io non ho simpatie se non per ciò che detta l’intelletto e che la logica conferma”), il destreggiarsi in una situazione politica particolarmente complessa, violenta e frammentata – di cui Ziedan riporta con puntualità i momenti salienti, il che, pur necessario per contestualizzare la storia, appesantisce non poco la lettura –, nonché le difficoltà dell’affrontare i propri traumi e desideri terreni. Densa e spesso poetica la prosa di Ziedan, che pure talvolta risuona eccessivamente artefatta; d’impatto e ben delineata l’ambientazione storica, in grado di trascinare il lettore nei luoghi in cui visse la sua parabola uno dei più grandi nomi della Storia del pensiero, che tanto peso ebbe nello sviluppo della scienza medica, nella trasmissione della sapienza antica – suoi, ad esempio, il riordino delle dottrine mediche di Ippocrate e Galeno e il tentativo di conciliazione tra lezione aristotelica e neoplatonica – e nell’evoluzione del pensiero scientifico e filosofico dei secoli successivi.