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Nella terra dei lupi

Nella terra dei lupi

Nel cuore del Montana, a Delphia, la vita di Wendell Newman si ritrova sconvolta dall’oggi al domani con l’arrivo del giovane nipote Rowdy. Un ragazzino di appena sette anni, evidentemente con alle spalle diversi traumi, rimasto solo al mondo e totalmente incapace di comunicare. Una situazione in cui Wendell non sa come muoversi: dal momento che non ha nemmeno un briciolo di relazione, a maggior ragione non ha mai preso in considerazione la paternità. Una nuova prospettiva che inevitabilmente lo conduce a rivivere la propria infanzia, prima che il padre Verl si macchiasse di un terribile omicidio e decidesse di fuggire per sempre nei boschi. Nonostante l’odio e il rancore che prova verso il padre, non riesce a fare a meno di ricordare con gioia le giornate che trascorrevano assieme, costruendo trappole e parlando della natura selvaggia. Gillian vive a sua volta a Delphia, ma nonostante gli anni trascorsi là si sente ancora un’estranea. Una solitudine che sembra perseguitarla anche sul posto di lavoro, dove in veste di vicepreside cerca attivamente di motivare i propri allievi, di essere un simbolo di cambiamento per la comunità e per il futuro dei giovani, un’impresa che tuttavia pare destinata a fallire. La maggior parte dei ragazzi, pur mostrandosi brillante negli studi, rimane comunque indissolubilmente legata al contesto familiare e allo stesso spirito della comunità. La comunità con cui si scontra Gillian è rude, dominata dalla violenza, dall’autentica volontà di contravvenire alle leggi e all’ordine. Allevatori e cacciatori inferociti contro un nemico sconosciuto, desiderosi di ergersi su tutti, persino sui lupi. Re indiscussi di questa terra dimenticata, un sussurro che sfocia sulle labbra di tutti, ma di cui pochi possono vantarsi di averli visti davvero. Sentimenti negativi che in un modo o nell’altro hanno fatto breccia nel cuore di Gillian stessa, che nel corso del tempo si è smarrita tra relazioni prive di significato e un rapporto quanto mai instabile con sua figlia…

Joe Wilkins ci introduce ad un western in chiave moderna, descrivendoci una realtà cruda e indomabile: baracche maleodoranti, allevatori e cacciatori inferociti contro un nemico sconosciuto, il governo. Uomini disposti ad infrangere la legge per difendere un’ideologia, un simbolo, di cui si percepisce l’assenza. Più che l’uomo in sé, al centro vi è il suo rapporto con la natura e le inevitabili conseguenze: Wilkins descrive un lembo di America, il Montana, che non è ancora riuscito a far pace con il proprio passato e a capire come sopravvivere nel presente. Terre avvelenate e impoverite dall’agricoltura e dall’allevamento, una cieca fede in un mito, una tradizione rurale, che avrebbe dovuto portare al benessere economico, ma così non è stato. Nell’intervista per “Il manifesto” con Guido Caldiron, Wilkins ha espresso senza giri di parole il proprio desiderio: “Ho cercato di mettere in discussione la cultura maschile che si intreccia a quella del West raccontando anche uomini che tentano di trovare altre vie, ammettendo i propri fallimenti e mettendo in discussione le risposte retoriche con cui sono stati allevati”. E Wilkins ha messo davvero in discussione quella cultura patriarcale e individualista che predominante, attraverso il personaggio di Wendell: nel momento in cui decide di prendersi cura del giovane Rowdy, il giovane cowboy si ritrova inevitabilmente ad affezionarcisi e a rimettere in dubbio tutti quei valori con i quali è stato cresciuto. Scopre in sé stesso una ferrea volontà nel voler offrire al nipote un futuro migliore, una vita degna di essere vissuta, anche a costo di smarrire la propria identità e di perdere la stima di quella comunità che è stata il suo mondo da sempre. Un viaggio di sola andata in una realtà, in una mentalità, di cui potremo forse è possibile intuire le ragioni e lo spirito, ma senza un contatto concreto con questa terra, con le creature che lo dimorano e l’impenetrabile sguardo delle immortali montagne, nulla di questo potrà apparire avvicinabile. Un segreto imperscrutabile di cui si fanno custodi i lupi stessi, a cui possiamo connetterci solamente udendone il solitario ululato alla luna.