Nero come la notte

Nero come la notte

“Chiamatemi Lazzaro. Perché per raccontarvi questa storia sono tornato dal regno dei morti”. Sergio Stokar è stato un buon poliziotto ed è per questo che, nonostante le diverse intemperanze, stava facendo carriera; fascista razzista dedito all’uso di alcol e droga, ma il suo lavoro lo sapeva fare bene, anche perché sostanzialmente ha sempre sentito forte un profondo senso di giustizia. Poi, ad un certo punto, ha varcato il limite. Allora è stato buttato fuori dalla polizia, la sua bellissima moglie lo ha abbandonato, si è ritrovato alla fine di un divorzio doloroso senza più niente, nemmeno un posto dove andare. Tutto questo Stokar lo sta ricostruendo lentamente perché gli ultimi eventi della sua vita da sbandato – in cui, forse, c’è stata una sensuale sudamericana di nome Dolores con una bimba piccola che lo ha accolto in casa per poi spedirlo all’ospedale con la testa rotta da una bottiglia di vodka (l’ennesima che lui si era scolato) – non se li ricorda più o ne ha memorie vaghe e confuse. Qualcosa di grosso deve aver combinato, però, a qualcuno di troppo deve aver schiacciato i piedi perché lo hanno ritrovato drogato, ferito e quasi morto ai margini delle Zattere, nella periferia di Pista Prima, città industriale del Nord-Est ancora ricca ma pesantemente provata dalla crisi economica. Le Zattere è il posto peggiore in cui Stokar poteva finire, considerate le sue convinzioni politiche. Quel complesso di tre enormi edifici più uno, frutto di una importante speculazione economica non andata a buon fine e destinato a diventare una prestigiosa zona residenziale e commerciale, è diventato un mondo a sé, ignorato e tollerato dalla città fino a che non provoca fastidi; ospita una comunità multietnica di clandestini che ha un mercato, un ospedale, una mensa, e si amministra in modo autonomo grazie ad un Consiglio di tre membri – un medico siriano, un africano e una rumena tostissima, personaggi carismatici dal passato pieno di ombre – che cerca di mantenere un equilibrio accettabile e difficile. Le Zattere hanno accolto Sergio Stokar e lo hanno riportato in vita, lo hanno curato e adesso, con l’aiuto di uno strano medico psichiatra dall’aria esotica, stanno cercando di rimettergli in sesto la mente compromessa, o almeno è quello che il dottore e il Consiglio gli dicono. In cambio, i tre consiglieri gli hanno chiesto di occuparsi di tenere l’ordine alle Zattere scovando gli autori di piccoli reati in quella comunità di qualche centinaio di persone così differenti tra loro. Un giorno, quando l’ex poliziotto viene convocato dal Consiglio è perché qualcosa di grave sta succedendo, qualcosa che può minare l’esistenza stessa della comunità. Sono sparite tre giovanissime ragazze e poi sono state ritrovate dopo qualche tempo uccise e mutilate dopo aver subito indicibili sevizie. L’uomo non vorrebbe occuparsi questa faccenda, è convinto debba essere coinvolta la polizia che dispone dei mezzi necessari alle indagini. Ma se la notizia arrivasse alla polizia diventerebbe l’occasione politica giusta, che come una spada di Damocle pende sulla comunità irregolare, per raderla al suolo. Stokar però, che in realtà non ha molta scelta perché non ha alternative, decide di impegnarsi ad indagare quando viene a sapere che è morta anche una sua vecchia conoscenza, la bellissima prostituta Kristyna fatta precipitare dal sesto piano di un palazzo. Non è facile fare luce nel sottobosco brulicante di pericolosi individui e grossi interessi economici che pare fare da sfondo alla morte delle tre ragazze e di Kristyna – morti che, forse, sono effettivamente legate tra loro – e Sergio Stokar deve combattere senza armi, senza amici, senza difese, senza punti di riferimento. A dirla tutta, non può contare del tutto nemmeno su se stesso, fisicamente ancora poco in forze, la mente confusa e forse sapientemente manipolata per motivi ignoti; come Lazzaro lui è tornato dal regno dei morti, ma di certo l’uomo che è tornato non è più quello di prima, e ha dovuto fare i conti con molte cose, prima di ogni altra cosa ha dovuto accettare di rimettere in discussione quei valori e quelle convinzioni che lo hanno sostenuto nella sua vita precedente…

Tullio Avoledo – classe, 1957, friulano, tra gli autori più interessanti nel nostro panorama letterario, conosciuto anche all’estero – ha detto di non avere “pregiudizi o allergie” nei confronti di qualunque cosa si stampi e si è definito “un frequentatore di generi e un lettore onnivoro”. Queste poche parole spiegano sia la cultura – che si intuisce vasta e varia – di cui sono intrise le sue storie, sia l’abilità di muoversi agilmente tra generi diversi, pur mantenendo una specie di direzione costante che le sposta verso un limite, talvolta impalpabile, tra realtà e fantasia; non a caso la cifra dei suoi romanzi è definita distopica. Con questo Nero come la notte – titolo ripreso da un verso di John Milton, “Era nero come la notte, / Fiero come dieci furie, terribile /come l'inferno / E scuoteva un dardo terribile” quando in Paradise Lost descrive Satana, ma che richiama anche una citazione di Michail Aleksandrovič Bakunin riportata nel romanzo a proposito delle caratteristiche di un caffè ideale – per la prima volta Avoledo si cimenta con il noir e scrive una storia che gli americani definirebbero certamente Hard Boiled, angosciante, violenta, dura, spietata, con protagonista un poliziotto sprofondato negli abissi di alcol e droga, disperazione e perdizione, razzista, omofobo, fascista, ammiratore di un gruppo francese di resistenza nazista di cui sfoggia con sfrontatezza lo stemma in un anello. Ma è un buon poliziotto, ha fiuto e senso di giustizia ed è per questo che qualcuno lo ha spedito fin sulla soglia dell’inferno. Come Lazzaro, però, è tornato indietro ma non è tornato soltanto dal regno dei morti, come lui stesso dice; Sergio Stokar è tornato indietro da una esistenza sbandata, sbagliata, per mettere in crisi i valori di una vita intera e avere un’altra possibilità. Per una sorta di contrappasso dantesco, questa possibilità è obbligato a trovarla in una comunità irregolare di immigrati clandestini, tollerati dalla città finché restano ai margini di tutto, confinati in un altro mondo. Ha detto Avoledo, “volevo parlare del percorso di redenzione di un uomo e del crollo della nostra società”, e ancora “volevo rappresentare un tessuto sociale disgregato. Un mondo in cui abbiamo paura dei pericoli sbagliati e non vediamo i nemici veri”, “sentivo la necessità di testimoniare la crisi che stiamo attraversando […] È un romanzo di denuncia sotto forma di noir. Ma è anche un noi a tutti gli effetti”. Ecco allora che quello che inquieta davvero in questa storia non è tanto il mix micidiale di sesso violento, droga, rifiuti velenosi sepolti sotto quartieri residenziali, speculazioni economiche, delinquenti dell’est e russi spietati, compravendita di ragazzine, snuff movie, culti esoterici sanguinari, incesti e rettiliani che sono veri o forse soltanto psicopatici; no, quello che fa davvero paura è che questa dimensione dalle atmosfere che ricordano qualcosa metà tra Sin City e Tarantino ci appare sì come una distopia ma ambientata in un futuro così prossimo che potrebbe essere domani. Tanto che alcune situazioni, alcuni ammiccamenti politici si sembrano confusamente familiari. Proprio come succede anche per l’ambientazione in questa città, Pista Prima, già presente nel romanzo L’elenco telefonico di Atlantide e che è anche una citazione da Orwell, inesistente nella realtà ma sovrapponibile ad una qualunque provincia del Nord Est ricco e vittima della crisi post boom economico, che può essere Pordenone, Venezia, Treviso. Un mondo pieno di contraddizioni che affascina il lettore e lo spaventa, realizzando l’obiettivo dell’autore, “Volevo colpire il lettore con un pugno in pieno petto, come si fa con qualcuno che devi rianimare, uno shock voluto”. Avoledo ha raccontato i riferimenti letterari di questo romanzo, Il pianeta Sangre di Norman Spinrad e Arancia meccanica di Anthony Burgess “per il taglio delle scene”, e il profetico Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Ha detto anche che il riferimento a Burgess gli è servito “ad evitare il compiacimento nelle scene turpi e volente, a prendere le distanze”. È come se l’autore, raccontando questa storia, abbia voluto dirci – Ehi, svegliatevi! Lo vedete dove stiamo andando? Eppure, nonostante tutto, questo romanzo non è pessimista e il finale, che resta cupo e drammatico, suggerisce speranza. Questa piccola luce - che già si intuisce nel corso della storia dove ogni tanto appare una citazione poetica, un verso in greco antico, spesso affidati al divertente personaggio della ex professoressa di liceo di Stokar che alterna reminiscenze colte al turpiloquio causato dalla sindrome di Tourette –, quasi a citare la famosa massima di Dostoevskij ne L’idiota, “La bellezza salverà il mondo” , arriva dalla poesia, dallo splendore che emanano i versi della classicità su ogni bruttura, anche sulle miserie umane più turpi, persino sulla disperazione dell’uomo che nel finale ha perso tutto ma è ancora in piedi. Anche quando lui era un uomo pessimo amava, quasi in segreto, la poesia, come a dire che in lui c’era pur sempre un germe di bellezza che poteva ancora salvarlo. E questo varco di luce che si insinua tra le ombre grazie alla poesia si schiude su un finale sospeso e aperto che fa eco alle parole di Avoledo che ha detto “Ho già pensato a un’altra storia con Stokar, ambientata tra Mosca e l’Africa”. Interessante è conoscere poi come sia nata l’idea di questo romanzo. Pare che l’autore abbia letto, grazie a sua moglie, un articolo che “parlava di un condominio di 17 piani occupato da una comunità eterogenea di disperati, in gran parte migranti”. In quello stesso periodo dice di aver letto un saggio sulla battaglia di Ðiện Biên Phủ in cui si raccontava di un ufficiale francese che nel 1954 si era fatto dimettere dall’ospedale militare e paracadutare in una guarnigione assediata dai vietcong. Per una curiosa coincidenza aveva anche ascoltato una canzone di Bertrand Cantat, il frontman dei Noir Désir, che cita questa vicenda nei versi “Bisogna essere pazzi / come per farsi lanciare su Dien Bien Phu”. “Come in certi cocktail, tre ingredienti diversi apparentemente stridenti l’uno con l’altro, si sono uniti a fornirmi una traccia da seguire. […] Raccoglievo gli indizi che componevano la storia”. Questo libro riporta anche una curiosa dedica in esergo, “A chi resiste”. Impossibile non farsi trascinare da questa storia in cui buoni e cattivi si scambiano di ruolo per tutte le oltre 500 pagine, una storia a tinte fosche in cui a resistere e sopravvivere è chi tra le ombre riesce a seguire una luce, armato soltanto di libri e poesia.



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