Nessun dio è mai sceso quaggù

Non è giunta fino a noi in forma integrale nessuna opera filosofica antica che si occupasse di criticare il cristianesimo. In due apologie del cristianesimo che invece abbiamo disponibili, Octavius di Minucio Felice (si tratta di un dialogo immaginario tra due avvocati, uno pagano e l’altro cristiano, risalente al III secolo) e Praeparatio evangelica di Eusebio di Cesarea (un trattato composto a cavallo tra III e IV secolo, negli anni immediatamente successivi alla fine della persecuzione di Diocleziano), però, gli autori enumerano le critiche dei loro avversari per confutarle. Scopriamo così che fondamentalmente i non cristiani accusavano questi ultimi innanzitutto di voler abbandonare la religione e la cultura tradizionale, quelle che avevano fatto grande Roma, contribuendo a sovvertire l’ordine sociale ed etico-politico e in secondo luogo di esser caduti preda di una sorta di delirio collettivo, di aver creato una setta i cui membri erano convinti di essere depositari dell’unica verità e invece credevano in cose insensate e probabilmente pericolose. Sono numerosi invece i frammenti o documenti antichi che attaccano i cristiani e/o la loro dottrina. Per esempio gli atti dell’udienza tenutasi a Cartagine il 17 luglio 180, nella quale il proconsole P. Vigellio Saturnino accusa dodici cristiani di “prendere parte a una follia”, contrapposta alla semplicità e alla razionalità della religio romana. Il rifiuto da parte dei cristiani di rendere culto agli dei tradizionali oltre al loro dio era anche una questione squisitamente politica, perché li rendeva di fatto dei ribelli nei confronti dell’autorità dello Stato, “nemici pubblici”. Ad aggravare la diffidenza dei Romani nei confronti del Cristianesimo c’era la sua esplicita derivazione giudaica, dato che il monoteismo ebraico era considerato opprimente, ridicolo e superstizioso. Molte poi le accuse vere o false rivolte ai cristiani per il loro comportamento: omicidio rituale, cannibalismo, incesto, empietà, associazione segreta, odio per il genere umano, magia, ignoranza…

Brillante saggio firmato da Marco Zambon, che è ricercatore di Storia del cristianesimo e delle chiese nel Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’antichità dell’Università di Padova e qui insegna Storia del cristianesimo antico e medievale e Storia delle dottrine teologiche. Il titolo è una citazione da un’opera di Celso, filosofo platonico che sul finire del II secolo “intraprese una confutazione sistematica del cristianesimo, per mostrare che esso era incompatibile con la razionalità filosofica” e introduce un volume di quasi 600 pagine documentatissime e rigorose. Lo scopo di Zambon è fornire agli studiosi o ai semplici lettori una panoramica esaustiva della percezione – oggettiva o soggettiva non importa – della dottrina e della prassi dei primi cristiani da parte dei loro contemporanei. Naturalmente, citando (immaginiamo dopo una complessa e lunga ricerca) puntigliosamente tutti i testi che elencano le ragioni della diffidenza e della polemica contro i cristiani da parte di intellettuali, autorità e gente comune, il quadro che se ne ricava è fortemente negativo e dà l’impressione di un sistema di credenze largamente disprezzato. “La realtà non è stata fatta soltanto di polemiche reciproche”, avverte l’autore nella sua introduzione, “ma è stata ovviamente molto più varia e complessa”. E però per restituire la complessità dell’avvento del cristianesimo e le ragioni della sua conquista del potere è necessario conoscere ogni punto di vista, valutare ogni fattore: opere come questa sono quindi necessarie, più che preziose.



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