Next stop Anagnina

Next stop Anagnina

Arrivi alla stazione della metropolitana la mattina e miracolosamente funziona il tornello, che dovrebbe servire a fare in modo che non ci siano evasori ladri che non pagano il biglietto e fanno dunque un torto agli onesti (che passano da fessi), perché lasciando arrivare meno soldi di quanti di diritto all’azienda dei trasporti il servizio, già pessimo, necessariamente, come se già non bastassero sprechi, inadeguatezze e disonestà varie, ulteriormente peggiora – anche se in realtà lo scavalcano tutti come Nino Castelnuovo nel celebre spot e non c’è nessuno che dica né ah né bah. E allora tu, pendolare già stanco prima ancora di arrivare al lavoro per colpa della metropoli tentacolare, nonostante tutto quello cui sei avvezzo ti illudi. Varcandolo senza problemi pensi sia il presagio di una buona giornata: solitamente però in realtà è solo la quiete prima della tempesta. Arrivi infatti nemmeno a metà delle scale che portano alla banchina delle rotaie su cui (quando funziona o non c’è uno sciopero) scorre il treno sotterraneo, che in teoria ha la funzione di snellire il traffico e la congestione dei trasporti della città, e la massa informe di persone è già una calca unica e indistinta, ideale veicolo di ogni sorta di malanno: l’arrivo del convoglio è annunciato, più che dalle incomprensibili voci registrate, dall’italiano marcatamente dialettale o alle prese con un pessimo inglese, che passano attraverso gli altoparlanti, dal vento che smuove ogni genere di olezzo sgradevole: cerchi di avvicinarti e c’è chi sgomita, chi urla, chi spinge, chi strattona, chi cade, chi borseggia, chi punta i piedi, chi li pesta. E non è che l’inizio. Di tipi umani, infatti, ce ne sono vari, e tu sei destinato a incontrarli tutti, specie se molesti…

Battistini, Cornelia, Baldo degli Ubaldi, Valle Aurelia, Cipro, Ottaviano, Lepanto, Flaminio, Spagna, Barberini, chiusa senza motivo da un anno, Repubblica, che prende il nome dalla piazza che però per i romani si chiamerà sempre solo e comunque Esedra, Termini, Vittorio Emanuele, Manzoni, San Giovanni, Re di Roma, Ponte Lungo, Furio Camillo, Colli Albani, Arco di Travertino, Porta Furba, Numidio Quadrato, Lucio Sestio, Giulio Agricola, Subaugusta, Cinecittà e Anagnina: eccole, le ventisette stazioni, per lo più fatiscenti, della principale linea di metropolitana, la A, di Roma, “la buca con la città intorno” come l’ha argutamente definita Mario Ajello, la capitale che non ha di fatto un servizio di trasporto pubblico, perché sono più le volte in cui non funziona di quelle in cui ce ne si può avvalere – o, meglio, per dirla con le parole dell’autrice di questo volumetto grazioso e divertente, che fa ridere ma a denti stretti, perché le disavventure che narra caricaturali ma allucinanti, sono accadute di certo almeno una volta nella vita a tutti, in cui la sua efficienza è “alternativa”. Meri Jo, con ironia, cucendo assieme uno zibaldone di brevi, icastiche e sapide scenette di quotidianità, argute come haiku, tweet o calembour, racconta lo strazio di chi è costretto, perché non si può permettere di stare tutto il giorno a casa a vivere di rendita, a fare i conti ogni giorno con questo gomitolo di inadeguatezze, che una risata, però, nonostante tutto, seppellirà.



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