Nick Drake e Pink Moon

Nick Drake e Pink Moon

Nick Drake nasce nel 1948 in Myanmar da una famiglia inglese benestante che si trova lì per questioni di lavoro, e che si ristabilisce in Inghilterra quando il figlio ha quattro anni. Nick assorbe presto la passione della madre per la musica; ascolta di tutto, suona clarinetto, pianoforte e sassofono; a diciassette anni si compra una chitarra, lo strumento che diventerà quello d’elezione, e si avvicina “al blues, al fingerpicking, alle accordature aperte, a Bob Dylan, a Tim Buckley e a Bert Jansch”. Comincia a scrivere canzoni, viaggia con gli amici e si ritrova a suonare per un quarto d’ora davanti ai Rolling Stones in un ristorante di Marrakesh. Tornato in Gran Bretagna gli capita di esibirsi, e in una di queste occasioni viene notato da Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention, che fa da tramite con l’agente Joe Boyd. Boyd propone a Drake un contratto. Iniziano le registrazioni del primo disco, Five Leaves Left, vengono coinvolti musicisti notevoli, il risultato è elegante, sofisticato e dimesso, ma le vendite sono deludenti. Hanno subito inizio le registrazioni del secondo album, Bryter Layer, si inseguono arrangiamenti più frizzanti, più vicini al gusto di quegli anni, Drake si mostra titubante, Boyd investe di più sul piano promozionale, ma alla fine le vendite sono “ancora più misere” di quelle del primo disco. Nel frattempo Drake sta vivendo un declino psicologico che lo porta a intraprendere una terapia a base di antidepressivi. Nell’ottobre del 1971 chiama il suo tecnico del suono e gli chiede di poter registrare un disco negli studi Sound Techniques, da solo, il prima possibile: in due notti registra undici brani per voce e chitarra, fatta eccezione per un’esile sovraincisione di pianoforte nella title track: Pink Moon viene pubblicato il 26 febbraio del 1972, e vende ancora meno dei precedenti. Drake è “sempre più lontano e svagato, trascura il suo aspetto, non parla, non si lava”; il 24 aprile viene ricoverato per un crollo nervoso; inizia un trattamento che combina un antidepressivo, un antipsicotico e un anticolinergico. Viene ricontattato da Boyd, si lascia coinvolgere in un nuovo progetto, ma fa in tempo a registrare cinque canzoni prima di essere trovato privo di vita in seguito a un’accidentale overdose di antidepressivi assunti per vincere l’insonnia. Per alcuni anni la sua musica si inabissa con lui, finché nel 1979 l’uscita dell’album retrospettivo Fruit Tree non inaugura un processo di rivalutazione che, nel corso degli anni, vedrà il contributo di numerosi artisti ed estimatori. Poi, a partire dagli anni Novanta, forse complice l’inserimento di Pink Moon in uno spot della Volkswagen, le vendite dei dischi di Nick Drake subiscono una graduale impennata, Drake raggiunge la massa e si compie finalmente la più tardiva delle consacrazioni…

Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione è un saggio ibrido appassionato e vertiginoso. Le prime pagine possono spiazzare, perché Speranza esordisce imponendosi nel testo (“Ne ho le scatole piene della retorica post mortem”) e ragionando ad alta voce su quelle che altrove sarebbero state le fasi preliminari (e invisibili) di un libro. Forte è il desiderio di fare tabula rasa, e a tal fine l’autore sfrutta un certo piglio da mattatore, tant’è che quando si arriva al primo capitolo sentiamo ancora l’eco della sua dimostrazione di carattere: “Da dove cominciare, quindi, dopo il profluvio di parole scritte e dette e masticate e lette e riscritte e ridette e rimasticate via così?”. La risposta, ragionevole, è “dalla biografia”, pur di “levarsela di torno”, così lui; se non fosse che la biografia, pur fingendosi svogliata, si rivela perfetta e vivace, grazie anche all’anafora sapiente, alla vasta documentazione e a uno storytelling efficace. Ma è quando giungiamo alle analisi dei singoli pezzi – analisi rapide, puntuali, approfondite, tecniche e al contempo accessibili –, è a quel punto che l’esperienza di lettura si fa davvero intensa, soprattutto se al nostro fianco c’è uno stereo con Pink Moon dentro. Speranza vuole liberare Drake dallo stereotipo dell’artista incompreso e dimostrarne l’alto livello di consapevolezza creativa, e riesce nel suo intento attraverso descrizioni tecniche e limpide come: “Un fingerpicking attento, diligente, con le linee del basso a condurre la danza in perfetta evidenza mentre le corde acute mantengono uno stato di sospensione quanto mai adatto”. In altri momenti l’approccio musicologico si fonde con quello poetico e quello psicologico: “E la chitarra torna a essere la protagonista, con il suo ondeggiare tra bassi alternati e un arpeggio, risonanze e controtempi, mentre la voce, fissa, segnata, segue un suo proprio percorso ritmico e il tono, svagato come sempre, sembra non penetrare mai le parole enunciate, come se volesse rimanerne al di fuori senza però riuscirci sino in fondo”. È ovvio che un libro del genere rappresenta due cose opposte per chi vi si approccia da ascoltatore di Drake e per chi ne scopre la musica attraverso la lettura, ma in entrambi i casi Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione risulta stimolante, mutevole e intenso, e riesce nell’impresa di rendersi autonomo dall’oggetto in analisi, forse il migliore tributo (o contributo) che si possa rendere a un artista.



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